Triox e scooter subacqueo

Il trimix, come noto, non serve soltanto per immersioni molto profonde.
Una miscela 21/35 ad esempio, con una laterale di Ean50 per la deco, permettono immersioni con ottime permanenze nella fascia dei 45 metri mantenendo parametri di sicurezza elevati.
Se poi si dispone di un DPV il divertimento raggiunge livelli impensabili.

Istruttore Subacqueo – di Andrea Neri

Diventare Istruttore Subacqueo


Analisi degli argomenti che determinano la caratura professionale del futuro istruttore




 

Sui corsi di formazione per Istruttori Subacquei si è scritto molto e molto si continuerà a scrivere.
Senza dubbio, l’argomento merita i riflettori dell’attenzione ma anche se potenti queste luci non riescono quasi mai ad illuminare bene ciò che si cela dietro alle quinte, mostrando solo malamente problemi apparentemente inesistenti, che poi si manifestano con puntualità disarmante.

Durante i corsi per istruttore i candidati sono addestrati e valutati su molteplici materie, che spaziano dalle tecniche di comunicazione all’abilità propedeutica, dalle conoscenze teoriche alle abilità strettamente subacquee, dalla gestione del rischio legale al marketing.

Seppure importanti, quelli elencati sono argomenti che in diversi corsi di formazione per istruttore subacqueo, non sono affrontati con la dovuta esaustività con l’effetto finale di condizionare in un senso o in un altro, il livello qualitativo del futuro istruttore.

La consapevolezza del ruolo

L’istruttore è una creatura particolare.
Cucciolo intimorito dalla prima nube all’orizzonte durante il corso di formazione, diventa implacabile predatore appena ricevuta la card-instructor.
A cosa si deve tale metamorfosi?

Probabilmente ad un precario senso del raziocinio o all’illusoria autorevolezza che si ritiene ricevere in maniera automatica dall’investitura magistrale.

Naturalmente, e fortunatamente, non tutti i futuri istruttori sono ansiosi di diventare “un qualcuno”, un subacqueo a cui non si insegna niente, che non ha niente da dimostrare bensì da insegnare.

Istruttori con la consapevolezza del loro ruolo ve ne sono, veri educatori che insegnano e che se necessario non rilasciano l’agognato brevetto al proprio allievo se non meritocraticamente conseguito, ma si è davanti a poche unità, talvolta veri e propri cantori nel deserto facenti parte di una specie a rischio di estinzione.

 Una legge, non di fisica.

L’impietosa legge della domanda e dell’offerta ha generato vari tipi d’istruttore, ma non è sul numero degli istruttori o sul marketing che desideriamo soffermarci, su queste materie vi sono ben altre autorità deputate a legiferare, e gli effetti si vedono, anche senza riflettori.


Chi legge non si lasci ingannare da questo inizio che può apparire, lo ammettiamo, un pò caustico. T
alvolta è necessario andare “oltre le righe” e scrivere ciò che è conosciuto ma di cui non è avvertita la necessità di parlarne.

Il lettore non si attenda la rivelazione di chissà quali verità nascoste perché al termine di questo report avrà letto ciò che già sapeva, con la sola differenza di non averlo mai trovato scritto prima.
Precisato questo entriamo in argomento.

Caratteristiche  dell’Istruttore  Subacqueo

Riflettendo sulle caratteristiche che si richiedono a un istruttore sub, è intuitivo focalizzare due tipi di abilità: quella nelle tecniche di immersione e quella nelle tecniche di comunicazione didattica (leggasi farsi comprendere dagli studenti in modo chiaro).

Tuttavia questo tipo di riflessioni sono empiriche, fortemente superficiali, perché un istruttore subacqueo non può non essere un bravo subacqueo e non può non saper condurre una o più lezioni di teoria. Il fatto di accettare tali qualità come un bagaglio operativo sufficiente per esercitare l’attività di istruttore subacqueo, ha coltivato e diffuso la convinzione che non è necessario disporre di ulteriori abilità istruzionali.

Alle abilità subacquee e didattiche debbono aggiungersi qualità performanti nelle Tecniche di Comunicazione, nelle conoscenze che travalicano il proprio grado di brevetto e la consapevolezza che le attività in veste di Istruttore necessitano di una costante elevata e indiscussa professionalità che non è sinonimo di professionismo.

Professionalità  e  Professionismo:  le  differenze

La professionalità è un parametro, un’unità di misura per stabilire il livello di qualità raggiunto durante le proprie attività, mentre il professionismo è collegato essenzialmente al profitto, per cui si può essere professionisti con un basso livello di qualità, e si può raggiungere un alto livello di professionalità senza essere professionisti.

Queste distinzioni sono importanti in quanto l’obiettivo primario di ogni Didattica dovrebbe essere la formazione di Istruttori con alta qualità professionale.

Tecniche  di  Sviluppo  della  Qualità  Professionale
Le tecniche per sviluppare e cementare un’elevata qualità professionale si basano su numerosi “dettagli” erroneamente considerati marginali o facenti parti di optional che l’istruttore può applicare a sua discrezione, ma non è così.
In base a queste considerazioni è possibile individuare dieci “dettagli marginali” che rappresentano dieci motivi per distinguersi dall’istruttore qualunque.
Tali dettagli sono:

1°) Aumentare costantemente le proprie conoscenze anche nei temi di scarso entusiasmo personale quali possono essere argomenti di fisiologia, fisica, chimica, nautica, psicologia, tecniche di comunicazione ed altro, perché un istruttore deve essere in grado di rispondere alle domande degli allievi più curiosi.
Un istruttore che mostra più volte evidenti lacune di conoscenze perde carisma e considerazione.

2°) Partecipare a lezioni di altri istruttori osservando il livello di recezione degli studenti.
Osservare altri istruttori mentre insegnano si possono rilevare accorgimenti e metodi maggiormente efficaci dei propri e quindi assorbirli.

3°) Provare privatamente le lezioni, i briefing e i debriefing in modo che l’oratoria dell’istruttore sarà più fluida e il palinsesto di ciò che dovrà essere detto e insegnato avrà una scorrevolezza che denota la perfetta conoscenza della lezione da parte dell’istruttore.

4°) Videoregistrare e analizzare le proprie lezioni.
Questo è un metodo efficacissimo per avere cocenti delusioni.
Molto spesso infatti l’istruttore ritiene di essere stato bravo, rivedendosi poi nota difetti di dizione, espressioni disarticolate, attrezzature mal configurate o peggio ancora, abilità subacquee non perfette.

5°) Arricchire i propri ausili didattici.
È uno dei punti deboli di tanti istruttori.
Molti di essi pensano, sbagliando, che un videoproiettore e qualche oggetto siano più che sufficienti per condurre un’efficace lezione.
L’istruttore deve sviluppare una creatività che lo porta ad un continuo rinnovamento degli ausili didattici collaterali a quelli standard messi a disposizione dalla propria didattica di appartenenza.Tutto ciò si riconduce al punto 2 dove partecipando a corsi diretti da altri colleghi si possono ricevere inputs di grande valore per quel che concerne l’impiego di ausili didattici.

6°) Organizzare “Seminari” di aggiornamento e/o incontri culturali.
L’organizzazione di Seminari, Meeting e simili è impegnativa sotto ogni aspetto tuttavia essa costituisce un metodo eccellente per aumentare le proprie conoscenze e dei propri studenti. L’organizzazione di questi seminari può essere eseguita invitando relatori esterni ma è opportuno che sia lo stesso istruttore a documentarsi su di un determinato argomento sul quale poi relazionare, per fare questo è richiesto tempo, studio, raccolta delle info ma l’istruttore sarà ripagato con un forte innalzamento della propria qualità professionale.

7°) Evitare di formulare critiche negative verso altre Didattiche, Scuole e/o Istruttori.
Criticare gli “altri” per innalzare se stessi è una delle forme più sciocche di autolesionismo.Per convincere un allievo che la ragione è dalla parte propria non è di alcun aiuto denigrare gli assenti.
Oltreché scorretto, tale metodo fa parte di una mentalità priva di ogni maturità intellettuale e destinato a fallire.

8°) Curare il proprio aspetto e il proprio linguaggio.
L’istruttore non deve certo insegnare con lo smoking ma la cura del proprio aspetto è una specie di cartina tornasole che indica la precisione dell’istruttore.
Il linguaggio deve essere coerente con la tipologia media della classe o del singolo allievo. Al giorno d’oggi si assiste alla diffusione di parole e termini che solo pochi anni prima erano assenti nelle conversazioni ben educate.
A volte, la cosidetta “parolaccia” può non esserlo mentre in altre circostanze può essere molto sconveniente per cui l’istruttore deve valutare quando, come e con chi usare qualche termine spinto. Sicuramente si tratta di un rischio che deve essere attentamente valutato.

9°) Gratificare i propri assistenti, correggerli se necessario, privatamente.Gli assistenti sono fondamentali per la sicurezza e la buona riuscita di un corso o di un’immersione non didattica.
La loro opera di assistenza deve essere gratificata con meritati elogi diffusi facendoli giungere “causalmente” ai sub che ne hanno beneficiato, diversamente, in caso di errori o di negligenze, i dovuti rimproveri debbono essere espressi privatamente in forma educata ma inequivocabile, fraterna ma indiscutibile.

10°) Ammettere l’errore quando palesemente evidente rinunciando al penoso tentativo di giustificarsi ad ogni costo.
L’istruttore, essendo un essere umano può sbagliare.
Negare un errore evidente appare agli occhi dei presenti una penosa forma di difesa del proprio prestigio di mentore.
Ammetterlo analizzandolo con senso di autocritica, dimostra un senso di leale maturità e la figura dell’istruttore può uscirne rafforzata.

Elevarsi, professionalmente

Per ogni istruttore subacqueo esiste un metodo insuperabile per raggiungere una elevata qualità professionale.
Si tratta di un metodo che deve essere applicato da ogni istruttore e che pertanto non deve costituire una “virtù” personale.

Ciò di cui stiamo trattando è il semplice esempio.
Insegnare con l’esempio, significa applicare ciò che si è insegnato e facendo applicare ciò che si è insegnato.
L’addestramento ottimale dei propri studenti non si limita all’applicazione di un metodo didattico pur valido che sia.
Qualsiasi corso è pur sempre una fase accademica, spesso associata al concetto che trattasi di teoria, mentre la pratica è ben altra cosa.

L’Istruttore, una volta diventato tale, tende a dimenticare quando, una volta studente, era vigile verso quello che faceva l’istruttore, pronto a rilevarne le qualità ma anche gli errori o le incoerenze.
In un certo senso l’Istruttore, in quanto tale per cui bravo, si concede inopinatamente l’autorità di tenere comportamenti (in immersione e fuori) in contrasto con le regole che lui stesso ha insegnato in aula, pensando che tale immunità didattica lo ponga al riparo di critiche e problemi.

Se il candidato istruttore riflette su quanto appena letto, non può non condividere il valore insito nella plusvalenza dell’Esempio.
Come si può pretendere da un allievo che agisca in un dato modo quando è l’istruttore il primo a violare le regole?

Quale migliore rafforzamento di un addestramento è osservare l’applicazione totale degli insegnamenti da parte dell’istruttore e del suo staff?
Quale peggiore insegnamento può esistere dell’osservare l’istruttore che infrange regole e standard?Quali apprendimenti e a quali conclusioni giungono i divers mentre osservano il proprio istruttore violare gli Standard?

Considerazioni logiche degli studenti mentre osservano l’istruttore violare gli Standard.

1°) “ Se lo fa lui vuol dire che lo si può fare “.
2°) “ I Corsi sono una cosa, la realtà è un’altra “.
3°) “ Fuori dai corsi ognuno è libero di fare quello che vuole “.
4°) “ Io sono capacissimo di fare altrettanto “.
5°) “ Anche io diventerò un sub importante “. 

I cinque pensieri appena descritti sono soltanto un piccolo campionario delle riflessioni alle quali pervengono in modo automatico la maggior parte degli studenti, ma ad essi deve essere aggiunto un altro pensiero e cioè quello della minoranza degli studenti ma non per questo meno importante: “ La prossima volta che dice che ho sbagliato, gli ricordo quello che ha fatto lui oggi”.

E’ quindi l’Esempio il migliore, insuperabile, convincente strumento didattico di cui può disporre un Istruttore.

Gli “effetti boomerang” 

Le plusvalenze negative non si esauriscono con il cattivo esempio.
Vi sono anche quelle conosciute con il termine di effetti boomerang e cioè azioni eseguite dall’Istruttore che pur avendo un’intenzione benevola verso lo studente, si ripercuotono contro lo stesso Istruttore.Gli effetti boomerang più comuni sono:

1°) Agevolare lo studente amputando gli Standard
Amputare gli Standard significa non insegnare parti del programma didattico originale come ad esempio il non far eseguire l’esatto numero delle immersioni, ridurre gli esami di teoria, eliminare esercizi durante le sessioni in acque confinate e/o libere, eliminare argomenti dalle sessioni in aula.

Questo genere di violazioni sono spesso dettate anche da alcune esigenze dell’allievo.

Emblematiche le situazioni che si verificano durante le proprie vacanze dove il tempo di permanenza è naturalmente limitato e dove le condizioni ambientali possono talvolta impedire le immersioni, per cui l’istruttore può trovarsi dinanzi al problema di non avere il tempo sufficiente per completare il corso.
Stessa osservazione deve essere rivolta anche nelle scuole tradizionali operanti nell’entroterra nelle quali può, e accade, presentarsi qualche candidato-subacqueo che, essendo in procinto di partire verso qualche lido tropicale, desidera giungere sul luogo delle vacanze già provvisto di brevetto subacqueo.

Di conseguenza il tempo insufficiente a svolgere un normale addestramento e la possibilità di perdere lo studente, può suggerire all’istruttore di “agevolare” lo studente con un corso “su misura” solitamente incompleto e per alcuni aspetti, potenzialmente pericoloso. 

2°) Voler far divertire lo studente con immersioni “speciali”
Alcuni istruttori ritengono che condurre alcuni studenti in immersione oltre i limiti di brevetto possa costituire un episodio positivo qualora l’immersione valga la pena.
Il fatto è che se l’immersione va bene e non accade niente, lo studente può trarre la convinzione che i limiti di brevetto sono esclusivamente una giustificazione alla produzione di nuovi corsi onde recare profitto agli istruttori e alle didattiche.

Diversamente, se l’immersione va male, a prescindere dalle conseguenze fisiche e legali, la figura dell’istruttore ne esce distrutta perché non ha alcuna giustificazione o attenuante.
A queste considerazioni fortemente significative, debbono essere aggiunte altre due riflessioni che il futuro istruttore non può e non deve dimenticare; esse sono:

a.) Coltivare l’immagine di un istruttore fuori dalle regole reca gravi danni a se stessi e alla Didattica di appartenenza.

b.) Quello che oggi lo studente gradisce ricevere sottoforma di agevolazioni didattiche, domani è eccellente “materiale” per denigrare l’istruttore qualora quest’ultimo, per qualsiasi motivo, non goda più della simpatia dell’ex-studente.

Opinion-Leader

L’Istruttore Subacqueo deve capacitarsi che esso è a tutti gli effetti un Opinion-Leader in quanto le sue opinioni fanno tendenza, essendo le stesse una specie di dottrina in quanto provengono da un Maestro e come i figli tendono ad emulare i genitori perché li ritengono infallibili, nello stesso identico modo gli studenti tendono ad imitare il proprio istruttore.

Volendo riassumere quest’ultimo concetto si può affermare che i Genitori sono Educatori, gli Istruttori …altrettanto.In questa analisi è volutamente assente la parte meno prestigiosa dell’istruttore subacqueo.

Il riferimento è a quel tipo di mentore impermeabile alla credibilità professionale concedendo con disinvolto candore brevetti subacquei senza troppo pretendere se non il saldo della quota d’iscrizione al corso, in anticipo.

La “griffa” di appartenenza

Ottenere un brevetto da istruttore subacqueo la cui Didattica è nota e diffusa nel mondo, è simile ad un’infusione di potenza e di importanza per il neo-magister.

L’autorità o meglio, la licenza ricevuta per rilasciare brevetti ai futuri divers proveniente da una grande Organizzazione Didattica è senza alcun dubbio un valore aggiunto.

Crediamo però, alla luce dei giorni in cui viviamo, che la “griffe” ha un suo valore e lo testimoniano le noiose e ripetitive discussioni sul riconoscimento dei brevetti quando poi, ad un attenta analisi del tema si scopre che vi sono vuoti legislativi, che ogni brevetto è uguale all’altro (come valenza giuridica) ma non è questo l’obiettivo al quale desideriamo giungere.

I sub che vanno sott’acqua sanno bene che il mare e gli oceani non “riconoscono” alcun brevetto e chi contravviene alle loro regole, paga, seduta stante per cui più che la “griffe” della didattica, è più razionale “riconoscere” l’istruttore che ha firmato il brevetto al nuovo diver.

Recreational Diving e Decompressione – di Andrea Neri

La  Decompressione 
Riflessioni di avvicinamento alla decompressione per il sub inesperto
( di Andrea Neri )

 

Negli ultimi anni nessun settore delle attività subacquee ha prodotto effetti rilevanti sull’industria, l’editoria e la didattica, come la technical-diving.

La comparsa e lo sviluppo di nuove attrezzature, nuove pubblicazioni e nuove metodologie d’immersione lo confermano.

Questi effetti sono stati talmente evidenti che hanno messo in ombra un altro effetto di uguale importanza ma di minore visibilità sul quale è necessario soffermarsi.

Con la sua crescente diffusione la technical-diving ha rivelati sistemi per la maggior parte sconosciuti alla massa, per fare immersioni a miscele e con decompressione.

Il risultato non è stato solo di natura strettamente tecnica ma anche filosofica, perché una delle immediate conseguenze è stata la messa in discussione dei modi di eseguire e di insegnare subacquea prevalentemente orientati nel sostenere che le immersioni oltre i limiti di non decompressione comportano un rischio inaccettabilmente alto, pertanto da non eseguire né da insegnare.

Ancora oggi, nemmeno la constatazione che quasi tutte le didattiche nazionali ed internazionali abbiano programmi di formazione per la decompression-diving, pare riuscire a moderarne l’atteggiamento critico.

In Principio

In Principio l’immersione ricreativa per eccellenza era definita quella condotta entro i limiti di non decompressione, si trattava di una definizione talmente promossa da varie organizzazioni didattiche estere, da evolversi in vera e propria filosofia.

Come noto questa filosofia ha avuto un così largo successo che ha alimentato l’opinione per certi aspetti quasi dogmatica, che l’immersione oltre i limiti di non decompressione era da evitare assolutamente ed ha prosperato per molti anni fino a quando sono stati varati programmi didattici studiati per immersioni con decompressione, che non solo hanno “legittimato” un modo diffuso d’immergersi, ma hanno portato forti novità nel settore delle attrezzature, nelle tecniche d’immersione e naturalmente nuove e divergenti correnti di pensiero tra le quali, quella principale, che ciò che fino ad allora era “vietato” adesso non lo era più.

Questo cambiamento ha fatto emergere il problema di quando e come iniziare a fare immersioni con decompressione e se era didatticamente corretto insegnarle, ed è questo il punto focale di discussione.

Il punto focale

In un sub principiante o con poca esperienza, le abilità e le conoscenze sono naturalmente ridotte, per questo è doveroso non stimolarlo verso immersioni con un grado di difficoltà, e di rischio, superiore rispetto a quello presente nella No decompression-diving; questo è scolpito in ogni manuale e in ogni istruttore di buon senso.

Tuttavia un efficace metodo didattico, dovrebbe descrivere i vantaggi e gli svantaggi esistenti tra l’immersione con e senza decompressione con equidistanza, senza cedere alla tentazione di imporre il proprio punto di vista.

Ogni diver e ogni instructor che desidera evolversi giunge a un punto della propria formazione subacquea dove si smarrisce.
Questo avviene perché più si addentra nelle numerose tematiche dell’immersioni subacquee, più gli si pongono davanti interrogativi sempre più complessi, le certezze iniziano a vacillare assieme alla propria autostima e l’unica certezza che resta è una domanda sempre più ricorrente: come fare per saperne di più?

A questo punto è fin troppo semplice ricordare una frase di un celebre sub il quale soleva affermare che “il sub è in gamba quando sa di non esserlo”.
Sì lo sappiamo, è una frase storica, la sua citazione è una debolezza affettiva dello scrivente, ma non è una colpa se il duro significato di quelle parole sono di straordinaria attualità ma, torniamo ai punti di vista.

Non tutti avvertono la necessità di migliorarsi, i motivi di tali convinzioni possono essere molteplici, ed avvertiamo fatica nel cercarne qualcuno che susciti condivisione, per cui concediamo le cosiddette “attenuanti generiche” al ricreativo per eccellenza, a coloro che si sono avvicinati alla subacquea per curiosità, per provare un’emozione diversa, convinti dagli amici, dalle coloratissime immagini di qualche documentario, ma non possono certamente essere concesse agli istruttori o almeno, non a tutti.

L’apparente asprezza di questo scenario si nota in una fascia particolare di istruttori che non esitano nel trattare temi che non conoscono quanto dovrebbero o che non conoscono per niente, come ad esempio le immersioni a miscele, dal “ricreativissimo” nitrox al “tecnicissimo” trimix.

Gli studenti di oggi

Nei giorni nostri le sorgenti dalle quali attingere informazioni sono tante, con Internet in pochi secondi si può leggere, osservare, chattare con sub, ricercatori, fisiologi in ogni parte del globo raccogliendo info di qualsiasi tipo (e di qualsiasi qualità) sufficienti per l’approfondimento delle proprie conoscenze o a stimolare nuove domande all’istruttore di turno, con quel che ne consegue.

Gli studenti di oggi sono cambiati, sono curiosi, pongono domande nello stesso modo con il quale il bimbo tempesta di “perché” il proprio papà, ma diversamente dall’infante, se le risposte non convincono lo studente subacqueo, se non sono esatte, il mentore è abbandonato, a volte con qualche colorito gesto mimico.

Ironia? Solo un poco, preferiamo definirla una scannerizzazione ad alta risoluzione di quello che avviene oggi oppure, per usare un termine professionale, una cronaca asettica.

Nei corsi sub gli istruttori più motivati dal loro compito istruzionale, s’impegnano a far comprendere ai propri studenti quali saranno i loro limiti, a non superarli, a non rischiare scioccamente ma, e i limiti degli istruttori quali sono?

Come fanno gli istruttori a conoscere i propri limiti d’insegnanti, di educatori?
Non conosciamo la risposta, tuttavia la possiamo ipotizzare: quando l’istruttore risponde con un “Non lo so.”
Certo, un istruttore non può essere un “tuttologo” e non deve nemmeno cercare di esserlo autolimitandosi a insegnare quello che conosce bene.

Un eccellente maestro delle scuole primarie può essere un pessimo docente universitario, o viceversa, ma quello che determina il successo di un corso è la consapevolezza dei limiti e delle competenze dell’istruttore.

Lo scopo di queste precisazioni è quello di formulare un ipotetico richiamo agli istruttori ricreativi che si sentono mortificati dalla supponenza degli istruttori tecnici, e agli istruttori tecnici che si sentono superiori senza considerare che quando insegnano, insegnano ad allievi sui quali prima di loro, hanno lavorato pazientemente dei Recreational Instructors.

Tre vie d’uscita

Uno studente, in quanto tale, ha il diritto di porre domande all’istruttore; se conoscesse in anticipo tutte le risposte non si sarebbe iscritto al corso.
L’istruttore deve dare risposte, è ovvio, risposte pertinenti al programma didattico in svolgimento, in qualche caso approfondendo la questione.

I casi in cui la domanda pone in difficoltà l’istruttore sono possibili, ma l’istruttore deve minimizzare questo pericolo e lo può fare solo studiando, immergendosi e ancora studiando anche ciò che non piace, perché sarà proprio su ciò che non piace che pioveranno domande mettendo l’istruttore in situazioni imbarazzanti.

In quelle situazioni l’istruttore ha tre vie d’uscita: la prima è la tecnica assai logorata di rispondere dicendo che “la domanda è intelligente ma esula dal nostro programma, ne riparleremo alla prossima lezione” così facendo s’impegna a rispondere guadagnando tempo per andare a casa a cercare sui sacri testi la risposta giusta per quello studente così seccante.

La seconda via consiste nel dire “Non lo so” ed è una risposta terribile da dare per un insegnante, anche se in rare circostanze può essere una forma di onestà professionale, ma dato che “Non lo so” è una risposta che non piace quasi a nessun istruttore perché “Perbacco! Non esistono domande alle quali io non so rispondere.” ecco che sono date risposte nelle quali si evidenzia l’ignoranza.

Mettersi in discussione

In qualsiasi settore della propria vita, e quindi non soltanto in quello subacqueo, la piattaforma dalla quale inizia il proprio miglioramento, è l’accettazione e la consapevole necessità del mettersi in discussione.

Sì, tutti noi e voi sappiamo bene che “mettersi in discussione” è faticoso, genera un conflitto con il proprio ego e poi, notevole aggravante, questo concetto non ha mai termine.

Ma quanti di voi esperti che leggete, avete cambiato modo d’immergersi, sostituite parti dell’attrezzatura, abbandonati quei metodi che solo fino a pochi mesi prima ne parlavate con enfasi, convinti della loro assoluta perfezione?

“sono un curioso”

Alcuni anni fa ricevetti il fortunato incarico da Mondo Sommerso d’intervistare il mai troppo compianto professor Cesare Barnini, che tra le alte cariche professionali in medicina iperbarica, ricopriva anche quella di Presidente FIAS.

Durante l’intervista che il professore condusse con il suo inavvicinabile stile di cordialità e di competenza, il discorso cadde ovviamente sulla decompressione e ad un certo punto, tra divagazioni sugli emitempi, diffusione, solubilità ed altro, disse “ …lei avrà capito che sono un curioso e i curiosi non possono accettare una formula anche se funzionante, se prima non è dato sapere come si è giunti a quella formula”.

Ecco, noi vorremmo che i sub fossero un po’ più curiosi in modo da non accettare passivamente un aggiornamento o un divieto solo perché qualcun altro ha deciso per loro, ma di formulare dei “perché?”

La gente comune e la coerenza

La decompressione è un argomento che il sub principiante vorrà affrontare prima o poi.
Supponendo che il sub neofita segua un iter didattico frequentando corsi, egli porrà domande al proprio istruttore pretendendo risposte convincenti.

Rispondendo in modo esauriente a domande circa l’immersione con deco-stop non significa spingere i sub verso la decompressione, significa spiegargli in cosa consiste, nei suoi vantaggi e nei suoi svantaggi.

Volendo essere provocatoriamente curiosi, sarebbe interessante porre la domanda che segue agli istruttori contrari alle immersioni con decompressione: “Quando la gente comune, quella della strada, quella che non sa niente di subacquea, quella che avvicinate proponendo di “provare la grande emozione di respirare sott’acqua scoprendo il fantastico mondo subacqueo” ebbene quando la gente comune risponde con un No grazie, l’immersione subacquea è pericolosa cosa replicate?

Il Ruolo dell’Istruttore nelle Immersioni con Decompressione

Tanto per porre alcuni puntini sulle “i” un istruttore anche scarsamente preparato sa bene che immersioni senza decompressione non esistono.
Sorvolando sulla velocità di risalita (anch’essa decompressione a tutti gli effetti) sulla quale ci sarebbe da discutere visto che in alcuni corsi è previsto ancora l’insegnamento di tabelle d’immersione con la velocità di risalita a 18 metri il minuto, è sufficiente pensare ai cosiddetti Stop di Sicurezza o Safety Stop, e ai Deep Stop che altro non sono tappe di decompressione battezzate in altro modo, per convincersi che, appunto, non esistono immersioni senza decompressione.

Tutti i subacquei sono concordi nell’affermare che le immersioni oltre i limiti di non decompressione sono più rischiose di quelle con deco-stop, non occorre certo un luminare per giungere a tale conclusione.

Un luminare non occorre nemmeno per affermare che non fare immersioni è ancora più sicuro.
Il rischio è inversamente proporzionale al proprio grado d’addestramento, esperienza, allenamento, conoscenze, stato psico/fisico, abilità nella pianificazione e attrezzatura impiegata.

A nostro avviso il rischio è notevolmente maggiore quando sono condotti corsi “turistici”, quando si nasconde la verità agli studenti, quando sono illusi d’essere bravi, quando sub con scarsa esperienza sono affidati a guide altrettanto inesperte.

Un bluff inutile

Non esistono sub che raggiunto il limite di profondità della recreational diving (solitamente fissata a 40 metri) restano per tutta la vita entro i limiti di non decompressione, si tratterebbe di un bluff privo di qualsiasi efficacia.

D’accordo, probabilmente le prime immersioni a 40 metri sono entro i NDL, ma alla 20a o alla 30a immersione le cose cambiano un pò, i limiti NDL sono oltrepassati, forse di poco ma oltrepassati ed ecco apparire sul display del computer numeretti che mal si comprendono, l’aria che finisce troppo presto, e altri “dettagli” che l’istruttore anti-deco non ha mai voluto o saputo insegnare.

Eppure, la realtà è che anche le stesse didattiche, tutte, nessuna esclusa, hanno Corsi con decompressione: perché? Ricordiamoci che siamo curiosi.

La realtà è che esistono conoscenze e nuovi programmi di formazione ben superiori a quelli di diversi anni fa, ma se tali programmi non si conoscono, se non sono letti i manuali, se non sono studiati e capiti i capitoli, allora è meglio tacere correndo il rischio di apparire disinformati che parlare e togliere ogni dubbio.

Technical vs Recreational

Il mondo subacqueo è uguale per tutti, le sue leggi sono universali, senza distinzioni.
Le classificazioni Tech e Rec sembrano create per distinguere i sub bravi da quelli meno bravi alimentando equivoci e reciproche acredini.

Occorre considerare che per immergersi sono necessarie tecniche per cui tutti i subacquei sono tecnici ma a parte le disquisizioni sui significati dei termini, è nostra opinione che le “distanze” tra la Technical e la Recreational diving dovrebbero essere ridotte e portate nella loro logica dimensione e perché no, anche di reciproca stima.

Oltre a questo qualsiasi technical diver ha dovuto percorrere il percorso ricreativo, portando con se quanto ha appreso di giusto o sbagliato durante quella formazione.

L’Educazione Subacquea

L’educazione subacquea di uno studente non si costruisce tenendogli nascosto ciò che al giorno d’oggi è facile iniziare a conoscere, a indagare, come ad esempio navigando su Internet.

Ad un allievo non basta più sentirsi dire “questo è sbagliato e non va fatto” occorre dirgli perché, e dirlo bene, esaustivamente con argomentazioni moderne, ricorrendo alla fisica, alla fisiologia, alle attrezzature, alla consapevolezza della necessità di un graduale addestramento e di esperienza nel settore ma per fare questo non occorre soltanto aprire qualche manuale o partecipare a qualche conferenza; occorre anche andare sott’acqua.

Questo articolo non vuole essere una difesa alle immersioni con decompressione perché non c’è n’è bisogno, perché chi le vuol fare le farà con o senza la santa benedizione del proprio istruttore, punto.
Oltre a questo le immersioni con decompressione non sono tutte uguali, nel senso che i tempi di sosta possono essere pochi minuti oppure molti, come sempre tra il bianco e il nero ci sono le sfumature di grigio.

E allora? Allora l’Istruttore ha il dovere di essere aggiornato, di analizzare le potenzialità dell’allievo ed eventualmente tracciarne il percorso didattico che può essere breve, lungo o improponibile.

L’istruttore deve essere in grado di dare le info corrette, senza nascondere o enfatizzare il rischio, esporre con chiarezza la necessità di una formazione graduale, accurata, meritocratica, responsabilmente sicura.
In conformità a queste riflessioni come si potrebbe aprire una discussione sul triox, miscela respiratoria meravigliosa per i fatidici 40 metri di profondità con tali educatori subacquei? Sarebbe tempo perso.
La stessa sonorità della parola, quel sospettoso “ox” finale, farebbe attivare obiezioni in modo immediato e automatico.

La tentazione di usare un’altra frase ad effetto e forte come ad esempio quella che recita “nel tempo della disinformazione, dire la verità è un atto rivoluzionario” ma forse sarebbe troppo provocatoria per cui la riponiamo nel cassetto in attesa di usarla in tempi più favorevoli, che sicuramente non mancheranno.

L’attrezzatura subacquea per la decompressione

Può suscitare perplessità, ma uno dei più comuni problemi durante l’immersioni con decompressione è l’esaurimento della scorta dell’aria.
Appassionati che s’immergono con il classico monobombola quale unica fonte di aria respirabile, sono una moltitudine.
E’ difficile condividere tale approccio.

Problemi relativi ai consumi legati ad imprevisti in immersione (fatica nel nuoto, assetto difettoso, scarsa visibilità, freddo, autoerogazione, risalita dal blu, prolungamento dei tempi pianificati, aumento della profondità pianificata) rappresentano la piattaforma sulla quale si possono formare incidenti lievi o gravi.

Nelle immersioni con decompressione deve essere sempre considerata l’ipotesi di un eccessivo consumo o di un problema alla scorta di aria principale per cui diventa necessaria una fonte di aria totalmente autonoma: un monobombola non potrà mai essere la soluzione migliore.

Durante l’immersioni dalla barca, alcuni sub credono di sopperire al problema sopra esposto appendendo sotto allo scafo, una bombola dotata con erogatori e manometro.
Questo sistema può essere utile, se i sub sono capaci di tornare alla barca, ma se perdono l’orientamento? Se sono trascinati lontani da un’improvvisa corrente?
Se la visibilità è scarsa da non permettere loro di vedere la cima per la risalita?
Se avviene una separazione dal compagno per cui non si può più contare sulla sua scorta di aria?

Se questi scenari non sono previsti ecco che l’immersione con decompressione diventa davvero inaccettabile, ma se l’attenzione si sofferma su di essi, si può notare che essi sono tipici della non esperienza, di un addestramento insufficiente o assente, della negligenza, della presunzione.

Nelle immersioni con decompressione è importante, ai fini della sicurezza, avere con se una fonte di aria alternativa autonoma, e la migliore soluzione è rappresentata da una piccola bombola supplementare, meglio conosciuta come pony-tank, con la caratteristica di poter essere rimossa e/o donata in qualsiasi momento dell’immersione senza che l’equilibrio idrostatico ne risenta.

Il pony-tank deve essere rigorosamente in alluminio con una capacità minima di almeno 5 litri.
La configurazione dell’attrezzatura richiede molto spazio e inoltre richiede una formazione pratica, tuttavia una citazione particolare è riservata all’equilibratore o jacket.
Molti sub pensano erroneamente che i jacket con la cella d’aria posteriore siano utili solo per le immersioni tecniche.
I jacket back-mounted sono perfettamente idonei per la recreational-diving ma affinché essi si diffondano in tale settore occorre vi sia chi lo insegna, e per insegnare occorre aver fatto pratica.