Compagno d’immersione

Il  Sistema  di  Coppia

Cosa deve intendersi per effettivo compagno di immersione e qual è veramente il suo valore?

Il subacqueo solitario non è una specie estinta, è una specie a rischio.
Potremmo concludere così il nostro articolo sul Sistema di Coppia.

Probabilmente qualche sub non condivide quest’affermazione.

Lo comprendiamo, anche perché tra i sub vi sono quelli con le tempie grigie, subacquei che ben conoscono la libertà assoluta che solo un’immersione in solitario concede.

Tuttavia, durante il tempo necessario a far argentare le tempie, si è avuto il modo di osservare e analizzare eventi a volte drammatici nei quali l’assenza di un compagno d’immersione ha avuto un ruolo decisivo.

Subacquei, strana gente. 

I subacquei sono strana gente.
Quando si trattano le procedure di sicurezza, le discussioni che ne derivano raggiungono toni elevati ed è confortante costatare quanta attenzione capillare è dedicata alle procedure di sicurezza e di prevenzione degli incidenti in mare.

Curiosamente la stessa enfasi e rigidità espressa in quei conciliaboli si dissolve inspiegabilmente quando l’immersione si ha da fare, non più da discutere.
Per convincersi di tutto ciò è sufficiente osservare la scansione infinitesimale che è applicata quando avviene un incidente subacqueo.

Tutto lo scenario ove si è svolto l’incidente è analizzato, sviscerato in tutti i suoi meandri, alla ricerca spasmodica di qualche manifesta negligenza da condannare ad ogni occasione e, soprattutto, per attirare sulla propria persona un alone di subacqueo esperto, responsabile e, dulcis in fundo, bravo. 

Il Compagno di Immersione è un «fastidio»

Un fastidio già, specie quando a causa del compagno è stato necessario interrompere un’immersione attesa da tempo, oppure attendere in superficie che fosse pronto a immergersi, o dover fermare il pinneggiamento in quanto lui, il compagno, è intento a osservare «quell’insignificante spirografo», e si potrebbe allungare l’elenco ma, c’è sempre un ma.

Il «ma» è quello che fa ringraziare il proprio compagno d’immersione quando il problema lo abbiamo noi e non lui.

Sembra strano che gran parte dei subacquei (istruttori compresi), ritengano che i problemi siano un’esclusiva degli altri, pare che esista una specie di infallibilità tecnica tendente ad escludere la possibilità di avere o di essere un problema.

La realtà è che alla fine, tutti hanno bisogno del compagno d’immersione, magari per alcune banalità ma le banalità, se non risolte in modo rapido ed efficace, possono evolversi in problematiche irrisolvibili.

Il Sistema di Coppia Ricreativo e Tecnico

Non ci sono differenze.
Mentre nell’immersione ricreativa il Sistema di Coppia è uno standard ben ratificato e indiscusso, in alcune frange dell’immersione tecnica si hanno opinioni opposte.

Nelle immersioni a quote considerevoli, ben oltre i modesti 40 metri della rec-diving, il compagno d’immersione pare non avere la stessa efficacia risolutiva realizzabile in acque poco profonde.

Tali teorie possono avere un senso pragmatico, ma i problemi subacquei sono eterogenei e il subacqueo deve pensare non solo ai grandi ma anche ai piccoli problemi che senza la collaborazione di qualcuno, è difficile risolvere.

Effetto Psicologico

I sub che hanno iniziato il proprio addestramento, attraverso le didattiche conoscono e applicano il Sistema di Coppia.

Per vari motivi, ad alcuni sub è accaduto di immergersi da soli.

Essi hanno avvertito chiaramente un senso di forte disagio derivato dall’essere soli, dal non poter fare affidamento su nessuno in caso di problemi. 
Immergersi con il proprio compagno d’immersione infonde sicurezza ed è naturale che sia così.
Nessuna attrezzatura è capace di estrarre un sub impigliato in una rete, di fornire aria o di portarlo in superficie, il problema vero è un altro ed è proprio lui: il compagno.

Quale compagno?

Non basta avere un compagno d’immersione per essere sicuri in acqua, occorre un compagno idoneo dove per idoneo si deve intendere un compagno che conosce i propri limiti, che li preannuncia, che pianifica e che rispetta la pianificazione, che sa riconoscere le immersioni fuori dalle sue capacità e le evita.

Può accadere di essere coinvolti in un’immersione di gruppo dove intimamente il subacqueo sa di non essere all’altezza. In quei casi occorre la forza (meglio intelligenza) di esprimere la propria contrarietà e proporre immersioni alternative, entro i propri limiti.

Quali sono i propri limiti, quando un sub è in gamba?
Duilio Marcante espresse una risposta illuminante al riguardo: «Quando sa di non esserlo».

Al di là dai riferimenti nostalgici ma attuali e palpabili ad ogni immersione, è difficile rispondere al quesito, i limiti si vedono bene negli altri.

Possiamo ipotizzare una risposta indicando le capacità di gestire efficacemente un’emergenza subacquea, ma esse non sono costanti al variare delle quote di profondità.
Per rafforzare quanto appena descritto si possono citare quei subacquei che si tolgono, rimettono e svuotano la maschera con innegabile tranquillità in pochi metri di acqua, ma che si rifiutano energicamente di farlo, quando è chiesto loro di ripetere l’esercizio a profondità maggiori.

In ogni caso, l’errore di base è sempre e soltanto uno, considerare il compagno come il solo che può avere un problema.

Eseguire un’immersione pianificata entro i limiti del subacqueo meno esperto, significa eseguire un’immersione dove la sicurezza inizia a materializzarsi parallelamente al piacere di immergersi.

Questa non è filosofia, questa è una procedura leggibile in ogni pagina di ogni manuale d’immersione ma purtroppo, vi sono subacquei che creano in sé un proprio, personalissimo, manuale d’immersione.

 

il “Best Diver” usa “Best Mix”

web lampada hidLa continua diffusione dell’immersione profonda con decompressione, e le annesse diversità didattiche, pone importanti interrogativi riguardo al concetto di sicurezza dei gas respirati in profondità.

Diversamente dal settore ricreativo, quello delle immersioni tecniche è decisamente più eterogeneo riguardo alle metodiche e all’attrezzature da impiegare.

Il primo effetto di queste diversità è la nascita di diffidenze in tutti quei subacquei che non hanno le conoscenze necessarie per fare distinzioni, pertanto sorgono spontanee perplessità o convinzioni che l’immersione profonda non sia ancora ben conosciuta, e quindi non sicura.

Il secondo effetto ha origini meno scientifiche e più …affettive.

 

Il riferimento è a coloro che iniziano il loro percorso di formazione per immersione profonda in base alla stima, all’amicizia o per semplice fidelizzazione a un dato istruttore, a una scuola o a un dato sistema, presuppongono inconsciamente che non esistono metodi migliori e più sicuri di quello a loro proposto.

 

Aprendo i manuali delle numerose didattiche ricreative si può assumere, tranne rare eccezioni, che i sistemi e gli esercizi non si differenziano tra loro in modo sostanziale.
Le stesse tabelle di immersione ufficiali pur generate da algoritmi diversi hanno una convergenza di dati che divengono quasi speculari nelle immersioni oltre i venti metri di profondità con differenze irrilevanti.
Si potrebbe quindi sostenere con alte percentuali di esattezza, che nel settore ricreativo le tecniche di immersione sono convergenti.
Nei manuali delle didattiche tecniche vi sono invece metodi con differenze più significative, alcune delle quali non possono non impressionare chi vi si approccia per la prima volta e da qui emergono, logicamente, le perplessità e le diffidenze alle quali si è fatto riferimento poc’anzi.
Queste differenze non si limitano solamente alla codificazione degli equipaggiamenti da utilizzare (altra diversità dal settore ricreativo) ma anche e soprattutto alla scelta di ciò che deve essere respirato (aria? nitrox? trimix?) e con quale metodo debba essere eseguita la relativa decompressione.

 

Decompressione si, decompressione no

 

«Non conosco subacquei che si siano limitati a scendere solo a quote molto modeste».
È una frase presente nella premessa di un libro sull’immersione profonda edito nel 1980. Anche se generalizza un comportamento, quella frase indica una verità che era attuale negli anni ’80 ma che lo è ancor di più venti anni dopo.

Lo è di più perché oggi sono disponibili attrezzature più affidabili, e le conoscenze sull’immersione profonda sono aumentate in modo vertiginoso.

L’avvento di Internet con i suoi numerosi link e siti dedicati alle immersioni con decompressione, offre molti spunti di riflessione anche se nello stesso tempo, rappresenta un pericoloso labirinto informatico in quanto possono essere alimentati opinabili sistemi autodidattici.

La comparsa delle didattiche tecniche ha demolito concetti, e in alcuni casi veri e propri miti, avversi all’immersione profonda con decompressione.

L’avversità alle immersioni con decompressione è stata enfatizzata per molti anni dalle stesse didattiche ricreative, salvo poi tornare sulle proprie decisioni probabilmente proprio in virtù dello sviluppo delle conoscenze.

Nonostante il dissenso filosofico, deontologico o altro verso le immersioni profonde, quest’ultime sono state sempre eseguite adottando criteri e metodi che potevano essere condivisi venti anni fa, ma non oggi.

Prendendo atto che le immersioni profonde con decompressione sono state fatte, sono fatte e saranno fatte, è di fatto moralmente obbligatorio per il subacqueo attento alla sicurezza, compiere aggiornamenti, sviluppare conoscenze e se necessario, mutare abitudini, ma è quest’ultimo aspetto il maggior freno all’evoluzione, vediamone alcuni aspetti.

«Mi sono immerso sempre così senza avere problemi, perché dovrei cambiare abitudini?»

Questa frase non è prelevata da un libro sull’immersione profonda, non è nemmeno stata raccolta da qualche autorevole relazione.
Essa appartiene al modo di pensare di una tipologia di subacqueo tuttora presente, e che periodicamente risuona nelle discussioni.
Se si desidera non mentire a se stessi, quella frase non è altro che la celebrazione della pigrizia mentale, connessa in modo stabile alla presunzione, quest’ultima titanico problema con il quale spesso debbono confrontarsi gli istruttori e le guide subacquee.

Se si accetta l’ipotesi che le immersioni con decompressione abbiano avuto forti sviluppi negli ultimi anni, è intuitivo considerare che tali sviluppi materializzano modifiche più o meno rilevanti nelle tecniche di immersione, e allora perché restare ancorati a sistemi e attrezzature precari?

Affermare di essersi sempre immersi in un dato modo «senza avere problemi», non significa automaticamente che quel sistema non necessita migliorie; molti subacquei si sono immersi per anni senza gav e senza computer «senza avere problemi».

 

Il best-diver e la best-mix

 

È naturale che ad ogni diver sia gradito essere considerato un bravo subacqueo o qualcosa di più: un best-diver.
Per essere un best-diver però, non è sufficiente disporre di un’ottima attrezzatura, di un’evidente acquaticità, d’esperienza ed aver frequentato corsi di formazione.
Per essere un buon subacqueo è richiesta un ulteriore caratteristica: respirare le best-mix, ma cosa significa best-mix?

Per Best-Mix deve intendersi una data miscela respiratoria i cui gas componenti non superano precisi limiti di pressioni parziali alla massima profondità programmata.
In altre parole, la best-mix è una miscela respiratoria le cui percentuali dei gas che la compongono, sono stabilite dal subacqueo in fase di pianificazione.

Le percentuali stabilite rispetteranno precisi valori di pressione parziale dell’ossigeno e dell’azoto sul fondo e dell’elio se è il caso.

Tutto ciò significa gestire le miscele e non essere gestite da loro.
Il concetto base si racchiude in una semplice domanda che deve porsi l’aspirante best-diver: «Quale è la migliore miscela da respirare per l’immersione che voglio fare
Se il subacqueo si pone questa domanda si renderà presto conto che l’aria diventa il peggiore gas da respirare in assoluto, che il nitrox ha forti limiti di profondità operativa, che per fare immersioni profonde occorre il trimix ma c’è un piccolo problema: per rispondere con esattezza a questa domanda occorre un bagaglio di conoscenze rilevante.

A questo punto nasce la ovvia domanda di come ottenere le conoscenze «giuste» in modo da poter disporre di un bagaglio tecnico rilevante.

Per giungere alle conoscenze giuste occorre studiare anche ciò che si ritiene errato, chiedersi quali siano i motivi per i quali si sostengono teorie contrarie alle proprie convinzioni, occorre liberarsi dai preconcetti ma soprattutto, occorre mettere in discussione ciò che si ritiene corretto al momento presente perché potrebbe non esserlo più il giorno dopo.

Nel caso delle immersioni subacquee lo sforzo di giungere a conclusioni certe è reso maggiormente complicato dall’innumerevoli variabili fisiologiche individuali, che mal si adattano ai calcoli generati dagli algoritmi decompressivi.

Nonostante l’asincronia tra fisiologia e matematica, molti aspetti dell’immersione subacquea sono ben conosciuti tra i quali vi sono le proprietà tossiche dell’ossigeno e dell’azoto respirati in iperbaria.

 

Ossigeno e Azoto, amici o nemici?

 

L’immersione subacquea presenta alcuni rischi, l’immersione subacquea profonda ne presenta di più, questo lo sanno tutti.

I rischi maggiori non sono determinati dalle abilità tecniche del subacqueo.
Per imparare a immergersi esistono i corsi e gli esercizi, i rischi maggiori sono quelli che non si osservano materialmente con gli occhi perché si muovono all’interno del proprio corpo, e cioè i gas con i loro effetti chimico/fisici direttamente proporzionali alla pressione ambiente e al tempo di permanenza.

Tuttavia, come sopradescritto, le proprietà tossiche dei principali gas respirati nelle immersioni (ossigeno e azoto), sono ben conosciute e questo è molto importante per l’aspirante best-diver.

Per stabilire la migliore miscela per la propria immersione occorre avere bene in mente i significati di pressione parziale e di Narcosi Equivalente ad Aria (END = equivalent narcosis depth).

(A sx: analisi di una miscela trimix con il 15.8% di ossigeno e il 55.5% di elio)

 

Prima di parlare di tutto ciò occorre fare alcune considerazioni.
L’ossigeno è un gas vitale.
Senza ossigeno l’uomo non potrebbe vivere.

Tuttavia l’ossigeno se respirato a pressioni elevate diventa tossico e può condurre a noti incidenti, per cui diventa importante stabilire precisi limiti della pressione massima dell’ossigeno da poter respirare.

Il nitrox usato nelle immersioni ricreative e tecniche è una miscela dove la percentuale dell’ossigeno è ben superiore al 21% presente nell’aria.
Aumentando la percentuale dell’ossigeno diminuisce proporzionalmente quella dell’azoto e considerando che è l’azoto il gas che determina i limiti di non decompressione di ogni tabella d’immersione e computer subacqueo, diventa facile capire il grande vantaggio del nitrox, ma facciamo un passo indietro e torniamo alla tossicità dell’ossigeno.

Via via che aumenta la percentuale dell’ossigeno nella miscela nitrox, parallelamente aumenta la forza (pressione parziale) del gas e il subacqueo deve calcolarne i limiti in atmosfere assolute che respirerà alla massima profondità.

Per saperlo basta moltiplicare la percentuale del gas per la pressione assoluta; esempio: la pressione parziale dell’ossigeno presente a 30 metri respirando nitrox con il 32% di ossigeno sarà  1,28 ata  (0.32 x 4 = 1,28).
A questo punto diventa importante stabilire quale sia il limite massimo di pressione parziale dell’ossigeno in modo da evitare gli effetti tossici ad esso collegati, ma quali sono e cosa fanno gli effetti tossici dell’ossigeno?

 

La tossicità bivalente dell’Ossigeno

 

Le respirazione di miscele con alte frazioni di ossigeno può portare a due differenti forme di intossicazione: l’intossicazione al sistema nervoso centrale e l’intossicazione polmonare ambedue note come Sindrome di Paul Bert e Sindrome di Lorrain-Smith.
Per molti anni le immersioni nitrox hanno avuto nella NOAA il punto di riferimento principale.
I limiti NOAA prevedono immersioni nitrox fino a una pressione parziale dell’ossigeno di 1,6 bar, ma nel tempo molte didattiche ricreative e tecniche hanno abbassato tale valore a 1,4 bar.
La riduzione della massima pressione parziale dell’ossigeno da 1,6 bar a 1,4 bar è dovuta essenzialmente dall’obiettivo di limitare il grado di tossicità al sistema nervoso centrale.

La tossicità del sistema nervoso centrale (Central Nervous Syndrome o CNS%O2) o sindrome di Paul Bert descrive i segni/sintomi di questa particolare forma di tossicità che trova nelle convulsioni il suo massimo stadio di gravità.
La sindrome di Paul Bert è determinata dal tempo al quale permane il diver a una, solitamente elevata, pressione parziale dell’ossigeno.

Proprio per questo motivo, nonostante i limiti NOAA siano affidabili, le didattiche ufficiali hanno ulteriormente ridotto tali limiti portando la sicurezza delle immersioni nitrox ad alti livelli di affidabilità.

In ogni caso è opportuno precisare che il valore di 1,6 bar della PO2 (pressione parziale ossigeno) è rimasto immutato nelle miscele usate per eseguire decompressioni e non immersioni tradizionali.

In un primo momento si può dedurre che riducendo la percentuale dell’azoto si riduce conseguentemente il potere narcotico di questo gas e in parte è vero.
Alcuni studi e teorie però, sostengono l’azione sinergica dell’azoto con l’ossigeno riferita agli effetti narcotici, l
’azoto è quindi un gas «scomodo» per l’immersione: crea problemi per i tempi di permanenza e crea problemi di narcosi.

Nonostante queste caratteristiche indubbiamente negative dell’azoto, occorre precisare che questo gas è importante per la sopravvivenza umana in quanto non sarebbe possibile vivere respirando solo ossigeno perché l’ossigeno puro determinerebbe nel tempo patologie al territorio polmonare quali l’ispessimento della membrana alveolare, danni al surfactante, fibrosi, fenomeni atelectasici.

Queste problematiche sono prevenute attraverso un sistema di valutazione/prevenzione chiamato OTU (Oxygen Tolerance Unit) che permette al subacqueo di pianificare in sicurezza le proprie immersioni.

Al fine di non diffondere falsi allarmi è doveroso precisare che per raggiungere livelli OTU di attenzione, occorrono fare immersioni che nello stesso ambiente tecnico subacqueo sono definite molto impegnative o estreme.

 

La Narcosi da Azoto

 

Molti incidenti subacquei, anche mortali, sono causati dalla narcosi da azoto.
Purtroppo la narcosi ha una caratteristica speciale, quella di lasciare gli effetti drammatici della sua azione, ma non le tracce che portano alla sua identificazione.La narcosi ha le qualità per essere un perfetto serial-killer in quanto colpisce senza lasciare mai le proprie «impronte digitali».

Pallonate da profondità che generano sovradistensioni polmonari o embolie, esaurimento dell’aria sul fondo, comportamenti tecnici inammissibili e annegamenti, spesso sono solo la risultante di questo particolare incidente.

La Narcosi da Azoto è giustamente descritta come una specie di ebbrezza alcoolica, un’alterazione delle proprie facoltà mentali che conduce a comportamenti irrazionali senza esserne consapevole.

Come in ogni fenomeno di ebbrezza, la vittima non ha la lucidità sufficiente per capacitarsi del proprio stato nello stesso modo in cui l’ubriaco non capisce come mai non riesce a infilare una chiave nella serratura della porta di casa.

La differenza sostanziale tra un ubriaco e un sub in narcosi è che l’ubriaco può anche addormentarsi davanti alla propria porta di casa, il sub invece, se si addormenta non si risveglia.

 

Una leggenda metropolitana

 

Tuttoggi vi sono subacquei che ritengono di poter gestire la narcosi da azoto allo stesso modo in cui chi ha «alzato troppo il gomito» è convinto di poter guidare la propria auto in sicurezza.
La narcosi non si gestisce affatto, questo deve essere ben chiaro, e se non appena avvertiti i primi segnali non si risale immediatamente a quote nettamente inferiori, le possibilità di un grave incidente sono elevate, per cui, se si vuole parlare di sicurezza, vera, reale, e non pittoresca, occorre prendere atto che la narcosi è bene che non ci sia.

La capacità di saper gestire la narcosi da azoto fa parte di una delle molteplici e variopinte leggende metropolitane, più preoccupanti da ascoltare.
Purtroppo la convinzione di saper gestire la narcosi da azoto non alberga solo nella mente dei subacquei sportivi, ma anche in quella di alcuni istruttori e metodi didattici, onde per cui il problema non solo non è risolto, bensì alimentato.

La narcosi non si manifesta con un segnale dal proprio computer, da una lampadina che si accende o da una lancetta troppo bassa; la narcosi non si monitorizza, viene e basta.

Fortunatamente la narcosi da azoto si manifesta per gradi, non in modo violento e inaspettato, per cui il sub può avere alcuni segnali premonitori che indicano l’avvicinarsi di questo problema e iniziare subito la risalita; la difficoltà consiste nel saper decifrare questi segni premonitori, nel «sapersi ascoltare» dote che matura con l’esperienza, ma perché convivere o «allenarsi» con la narcosi quando la si può evitare?

Quante vittime da narcosi occorrono ancora per convincersi che la narcosi deve essere evitata con un’adeguata prevenzione?

A questo punto si potrebbe affermare che il nitrox può essere un mezzo per scendere in profondità in quanto riducendo l’azoto si riduce proporzionalmente la narcosi.
Non è esatto perché in profondità bisogna fare i conti con la PO2 (tossicità dell’ossigeno) e l’anidride carbonica per cui se si vuole ridurre in modo consistente l’azoto di contro si innalzerà pericolosamente proprio la percentuale dell’ossigeno e automaticamente la sua pressione parziale.
Divertiamoci a fare qualche esempio con vari tipi di nitrox.

 

Nitrox a confronto

 

Per conoscere la massima profondità che si può raggiungere con una data miscela nitrox basta applicare la legge di Dalton rappresentata qui di fianco e cioè si moltiplica la frazione del gas (in questo caso l’ossigeno) per la pressione totale o ambiente.
Per il nostro confronto useremo i limiti di PO2 1,4 e 1,6 bar e tre miscele nitrox campione: Nitrox27, Nitrox30, Nitrox32.

Massima profondità raggiungibile con 1,4 bar di PO2
Il Nitrox27 ha una massima profondità operativa di 41 metri.  (1,4 : 0,27 = 5,185 ata)
Il Nitrox30 ha una massima profondità operativa di 36 metri.  (1,4 : 0,30 = 4,666 ata)
Il Nitrox32 ha una massima profondità operativa di 33 metri.  (1,4 : 0,32 = 4,375 ata)

Massima profondità raggiungibile con 1,6 bar di PO2
Il Nitrox27 ha una massima profondità operativa di 49 metri.  (1,6 : 0,27 = 5,925 ata)
Il Nitrox30 ha una massima profondità operativa di 43 metri.  (1,6 : 0,30 = 5,333 ata)
Il Nitrox32 ha una massima profondità operativa di 40 metri.  (1,6 : 0,32 = 5,000 ata)

Come si può notare per superare di alcuni metri i normali limiti delle immersioni ricreative ad aria stabiliti a 40 metri, occorre esporsi a una maggiore PO2 e in termini di riduzione di narcosi i vantaggi sono mediocramente significativi come dimostra l’applicazione della formula EAD in ata (equivalent air depth) che recita: pressione parziale dell’azoto diviso 0,79.

Nel caso del Nitrox27 la pressione parziale dell’azoto a 49 metri è  4.307 bar, diviso per 0.79 = 5,451 ata pari a 44 metri.
Per cui il sub con Nitrox27 a 49 metri il sub si esporrebbe a una PO2 di 1,6 ata e a una narcosi equivalente ad aria di 44 metri.

Pensiamo sia chiaro quindi che il Nitrox non è una best-mix per fare immersioni profonde, mentre diventa una miscela magnifica, una vera best-mix per immersioni da 1 fino a un massimo di 30/35 metri.
Ma cosa c’è di meglio del nitrox e dell’aria per fare immersioni profonde?

 

Immersione profonda: regno del Trimix

 

Entriamo adesso nel regno delle miscele trimix e dell’immersione profonda, ma prima di farlo precisiamo cosa è e quando si usa il trimix.
Il trimix per le immersioni subacquee è una miscela sintetica di respirazione (come del  resto lo è  il nitrox) composta da tre gas: ossigeno, azoto ed elio.
Il trimix è impiegato nelle immersioni profonde e/o di rilevante permanenza sul fondo in modo da non subire alcun effetto della narcosi da azoto e quindi prevenire il più grande pericolo della deep-diving.

Nell’immersione profonda non esiste spazio per l’aria.
L’aria può condurre alla narcosi da azoto in poco tempo e lo stesso azoto è un gas che durante le fasi di decompressione l’organismo tollera meno agevolmente rispetto all’elio.
Per cui, una volta accertata la pericolosità della narcosi da azoto, l’unico modo per ridurla in modo significativo è detrarre importanti quantità di azoto dalla miscela che sarà respirata in profondità, sostituendole con un altro gas dal potere narcotico quasi nullo: l’elio appunto.

Ecco quindi nascere il trimix: ossigeno, azoto + elio.
Con il trimix il sub deve gestire le proprietà di tre gas, per cui diventa indispensabile un addestramento graduale.
Un addestramento graduale consente però di immergersi con consapevolezza di quello che si sta facendo e di stabilire con cognizione di causa quante «dosi» di elio, di ossigeno e di azoto inserire nel proprio trimix.
Con il trimix il subacqueo può decidere in anticipo quale sarà il livello di narcosi generato dalla sua miscela trimix alla massima profondità e anche la massima PO2 per controllare la tossicità dell’ossigeno.

Un altro esempio.

Un sub decide di immergersi a 70 metri ed avere un livello di narcosi uguale a quello che avrebbe respirando aria a soli 20 metri, oltre a questo il sub desidera respirare sul fondo una miscela la cui PO2 non superi 1,2 bar, quali saranno le percentuali dei gas della sua miscela trimix?
Anche in questo caso si ricorre a Dalton.

A 20 metri respirando aria la pressione parziale dell’azoto (PN2) è 2,37 ata e questa sarà la PN2 dell’azoto nel trimix a 70 metri.
A 70 metri ci sono 8 ata di pressione per cui per conoscere la percentuale dell’azoto nel trimix occorre eseguire 2,37 : 8 = 0,296 (FN2)

Passiamo adesso all’ossigeno.
Il sub ha fissato il limite della PO2 a 1,2 bar e deve pertanto determinare la frazione dell’ossigeno del suo trimix che a 70 metri non superi 1,2 bar di pressione parziale.
Per conoscere la frazione o percentuale dell’ossigeno del trimix in oggetto si ricorre nuovamente a Dalton:F= Pp : Ptot che applicando all’ossigeno fa 1,2 : 8 = 0,15 (FO2 ).

A questo punto il giuoco è fatto perché il subacqueo conosce le frazioni dell’azoto e dell’ossigeno, quella dell’elio sarà data per differenza, vediamo come.
La frazione dell’azoto è 0,296 (si arrotonda a 0,30), la frazione dell’ossigeno è 0,15 per cui sommando le due frazioni (0,30 + 0,15 = 0,45) rimane da conoscere quella dell’elio che sarà data da 1 – 0,45 = 0,55.Il trimix (best-mix) per l’immersione pianificata dal sub sarà un 15/30/55 (15% di ossigeno,30% di azoto, 55% di elio). Sembra difficile? Si, come ogni cosa che non si conosce.

 

Toccata e fuga

 

Con un po’ di malizia, cominciamo adesso a frugare nei cassetti nascosti di una specifica fascia di subacquei profondisti: le immersioni ping-pong o a rimbalzo.
Queste immersioni sono quelle dove il sub permane alla massima profondità per pochi, esigui minuti o ancor meno, sufficienti tuttavia a far memorizzare sul proprio computer la massima profondità raggiunta.

L’obiettivo di queste immersioni è principalmente quello di poter dimostrare a se stesso, ma soprattutto agli altri, di essersi immerso a profondità ragguardevoli onde per cui di essere un sub di quelli «veri», meritevole di rispetto.

Occorre precisare che pur non approvando questo sistema di autocelebrazione, lo preferiamo a quello dove il sub realizza tempi di fondo maggiori usando l’aria quale gas respiratorio in quanto in quest’ultimo caso, il rischio dell’incidente è nettamente più alto di quello delle immersioni a rimbalzo.
Per i motivi sopradescritti, le immersioni profonde definibili come una semplice toccata e fuga dalla profondità sono molto praticate, anche se difficilmente ammesse.

Ai sub che amano vantarsi di immersioni «di quelle vere» occorrerebbe chiedere di poter visionare il grafico dell’immersione scaricabile dal computer subacqueo e siamo certi che avremmo piccole sorprese e/o grandi delusioni o più probabilmente, non sarebbe mostrato.

L’aria profonda o la deep-air diving è stata una pratica usata per molti anni, ma le conoscenze attuali indicano che tale disciplina non è la più sicura.
Il trimix consente tempi di permanenza sul fondo con il subacqueo in condizioni mentali di elevata lucidità, inavvicinabili con l’aria o con il nitrox.

Pensiamo per un attimo a un’emergenza in profondità: quali possono essere le reazioni di un subacqueo che si immerge con aria e pertanto innegabilmente condizionato dalla narcosi da azoto?
Pensiamo per un attimo che l’emergenza non avviene appena giunti sul fondo ma dopo minuti e minuti di permanenza e di conseguenza pensiamo quale possa essere il livello di lucidità che fa individuare immediatamente al subacqueo le azioni di emergenza più corrette.

Se pensiamo a questo e condividiamo ancora l’uso dell’aria come gas da respirare nelle immersioni profonde, si deve cessare di discutere sulla prevenzione e sulla sicurezza.
È semplicemente inaccettabile che si possa pianificare un’immersione nella quale è implicita l’esposizione ad elevate pressioni parziali dell’azoto.

Se si desidera eseguire immersioni profonde occorre avere l’addestramento, le attrezzature e le conoscenze adeguate, altrimenti non debbono essere fatte.
I tempi sono cambiati, le immersioni profonde ad aria, con il monostadio e con il cestello pieno di pietre sono documentate con pellicole in bianco e nero, non in DVD.

Abbiamo affetto e ammirazione per coloro che hanno fatto la storia rischiando e cedendo talvolta la propria vita nelle immersioni profonde ad aria, ma non possiamo nutrire la stessa ammirazione verso chi lo fa oggi, nei nostri giorni, perché se lo si vuole, lo si può far meglio e con più sicurezza.

Il rovescio della medaglia Trimix dunque per le immersione profonde, certo ma occorre addestramento, un serio addestramento che non potrà mai essere rapido.
Immergersi con il trimix comporta conoscere le caratteristiche di «movimento» dell’elio, apprendere l’importanza assoluta delle velocità di risalita, dei deep-stop, delle miscele da usare durante la decompressione, dell’analisi dei gas, considerare realmente l’ipotesi di un’emergenza, pianificare un piano di evacuazione, predisporre un piano alternativo all’inutilizzo improvviso di una bombola decompressiva e molto altro.

L’immersione profonda non ha lo stesso coefficiente di rischio di un tuffo in un mare tropicale a venti metri di profondità, con la temperatura dell’acqua a 26° C e magari con nitrox!

Oltre a questo l’immersione trimix ha costi superiori.
L’elio costa non poco, le stesse attrezzature richiedono un investimento iniziale, poi vi si debbono sommare i costi dei corsi di formazione, e chissà che non siano proprio questi i fattori che ostacolano l’approccio di molti appassionati alle immersioni trimix.

Tempo fa, sulle pagine di un noto magazine, a proposito delle emergenze subacquee ebbi modo di scrivere che i sub sono strana gente.
Non ho motivo per mutare opinione, i sub sono davvero strani.
Vivendo e frequentando gli amici subacquei si nota infatti che il fattore «denaro» condiziona molte scelte, e tra queste quella di scendere in profondità con l’aria.

Alle osservazioni di carattere economico si potrebbe obiettare che la propria incolumità dovrebbe giustificare qualche sforzo amministrativo, come per esempio la rinuncia a qualche civettuolo bene voluttuario, anche se di moda.

E’ stupefacente, o esilarante, ascoltare o leggere miriadi di opinioni tutte amabilmente convergenti nell’affermare solennemente che la sicurezza non deve essere considerata un optional, ma bensì un severo e accurato segmento della pianificazione subacquea, e poi, dalle stesse fonti, giungono comportamenti subacquei dove sono sconfessate sistematicamente tali dottrine adducendo giustificazioni del tipo: «Non mi hanno ricaricato le bombole perché non avevano elio, oramai siamo qui, ho fatto molti chilometri, non posso certo rinunciare all’immersione, qui non fanno ricariche trimix, di immersioni così ne ho fatte un mucchio senza problemi, non facciamo i fiscali, la prossima volta faremo meglio».

 

 

Il punto: L’immersione profonda comporta alcuni rischi.

Sta al sub decidere se ridurli o amplificarli.
Per ridurre o amplificare i propri canoni di sicurezza il sub ha l’obbligo intellettuale di procurarsi le conoscenze e quindi essere in grado di rispondere a questa domanda: «Qual è il migliore gas da respirare per la mia immersione profonda? » e, in ultima istanza, di non considerarsi sempre più fortunato degli altri.

Dizionario subacqueo – le parole più comunemente usate dai sub

Air Trapping: indica l’intrappolamento di quantità di gas nei siti alveolari a causa di sostanze ostruttive.

Algoritmo: sistema di calcolo portante alla soluzione di un problema con un numero finito di operazioni. Il termine deriva dal matematico arabo Al-Khuwarizmi.

Anfotero: elemento o composto dal duplice comportamento acido o basico.

Anisocoria: differente ampiezza delle pupille.

Anossiemia: Assenza di ossigeno nel sangue.

Arachidonico (acido): acido grasso essenziale nella dieta.

Atm: unità di misura della pressione atmosferica (1 kg/cm2) 

Bar: unità di misura della pressione barometrica uguale a 0,986 atm o 105 Pa.

Bolle: quantità di gas racchiusa in una membrana permeabile attraverso la quale il gas può entrare od uscire dipendentemente dalla pressione esterna.

Botallo Leonardo: anatomista vissuto a metà del 1500 è stato il primo medico a descrivere la comunicazione interatriale fetale (foro di Botallo o forame ovale pervio) e quella dell’arteria polmonare-arteria aorta presenti nella circolazione fetale (dotto di Botallo).

Calore: energia dovuta dal movimento degli atomi.

Capacità Vitale: volume espirato.

Ceiling: con questo termine (letteralmemte “soffitto”) si indica la profondità alla quale il sub può risalire direttamente senza obblighi di soste di decompressione.

Chemiorecettori: recettore rispondente alle variazioni chimiche del sangue. I chemiorecettori si dividono in chemiorecettori centrali e periferici.

CO2: simbolo del diossido di carbonio (anidride carbonica).

Coalescenza: nella decompressione, bolle che aggregandosi con altre bolle ne formano altre di volume superiore.

Coefficiente di saturazione: rapporto fra tensione interna e pressione esterna di un gas inerte.

Coefficiente di solubilità (Csg): il Csg è direttamente proporzionale al peso molecolare del gas e inversamente proporzionale alla temperatura.

Compartimento: generalizzazione del concetto di tessuto, più idonea nel caso siano presenti nella miscela respirata due o più inerti.

Complemento: complesso sistema di difesa dell’organismo contro le infezioni.  

Controdiffusione: fenomeni dovuti alla presenza simultanea di due o più gas disciolti nello stesso tessuto.

Deep Stop: una o più soste supplementari per contenere la formazione della fase libera dei gas disciolti e/o impedirne la crescita.

Delta P: gradiente di pressione critico.

Densità: rapporto tra massa e volume.

Diffusione: massima espressione del movimento molecolare. Dipende dalla differenza della concentrazione molecolare, dalla viscosità dei tessuti, dalla distanza intercapillare, dalla solubilità dei gas e dalla velocità di diffusione.

Distretto corporeo: vedi «compartimento». 

Doppler: sistema per il rilevamento ultrasonico di bolle venose circolanti.

EAN: Enriched Air Nitrox (miscela di aria arricchita di ossigeno).

Edema: gonfiore dei tessuti per anormale impregnazione di liquido sieroso.

EGA: embolia gassosa arteriosa (da sovradistensione polmonare).

Ematocrito: rapporto volumetrico fra plasma e globuli rossi. 

Emisaturazione: il tempo necessario a un gas per saturare un tessuto al 50% della differenza tra la pressione alveolare e quella disciolta nel tessuto stesso.

END: acronimo di Equivalent Narcosis Depth (profondità narcotica equivalente ad aria) nelle miscele ternarie comprende comprende gli effetti narcotici combinati dell’azoto e dell’ossigeno.

Endotelio (vasale): parete dei vasi sanguigni.

Enfisema Mediastinico: penetrazione di gas nella cavità ove alloggia il cuore.

Enfisema Sottocutaneo: penetrazione di gas sotto la pelle. Nella sovradistensione polmonare territorio bersaglio dell’enfisema sottocutaneo sono le regioni sopraclavicolari.

Frazione: numero compreso tra zero e uno.

Frenzel (manovra di): vedi Marcante-Odaglia.

Gradiente: nel settore subacqueo il gradiente indica la differenza tra due pressioni o tra tensione e pressione.

Heliair: miscela composta da aria e elio.

Heliox: miscela composta da ossigeno e elio.

HPNS: High Pressure Nervous Syndrome, disturbi neurologici provocati dall’aumento della pressione assoluta indotta da miscele respiratorie contenenti elio. 

Idrofilico: sostanza o corpo tendente a legarsi chimicamente con l’acqua.

Idrofobo: sostanza o corpo che presenta idrorepellenza su cui l’acqua non aderisce ma si raccoglie in gocce.

Ipercapnia: eccessiva PCO2 disciolta nell’organismo, causa iperventilazione incontrollata.

Ipovolemia: riduzione significativa del volume plasmatico circolante.

Inerte: gas che non partecipa ai processi metabolici, normalmente l’Azoto, ma se ci si immerge con miscele trimix, anche l’Elio.

Laplace (legge di):  legge fisica che regola la differenza di pressione tra l’interno di una bolla e l’esterno in maniera inversamente proporzionale al suo diametro.

Lipotimia: diminuzione delle funzioni respiratorie e cardiache.

Marcante Dulio: un sub verso il quale molti sub sono in debito. 

Marcante-Odaglia (manovra di): consente la compensazione dell’orecchio medio senza impegnare il mantice polmonare, anche in completa espirazione. Si esegue a naso chiuso, si appoggia e si esercita una leggera pressione con la punta della lingua alla base degli incisivi. Si spinge il retro della lingua verso il palato molle in modo da comprimere i gas verso le tube di Eustachio.

Micronuclei gassosi preesistenti: agglomerati di gas circolanti composti da CO2, vapor acqueo, ossigeno e azoto.

Midriasi: dilatazione incontrollata e stabile della pupilla.

Miosi: contrazione incontrollata e stabile della pupilla.

Miscela (respiratoria): miscuglio di vari gas idoneo alla respirazione in ambiente iperbarico avente l’ossigeno come componente fondamentale ed altri gas inerti.         Modello matematico: (vedi algoritmo).

Narcosi da Azoto: alterazione neuropsichica prodotta dall’aumento della pressione parziale dell’azoto presente nel miscuglio gassoso respirato.

Necrosi: morte cellulare.

Nucleazione: confluenza di molecole determinante una fase gas (bolla) generata da una differenza tra la pressione del gas disciolto e quella ambiente.

Osmosi: episodio chimico/fisico di diffusione tra due liquidi miscibili attraverso una membrana di separazione. I globuli rossi non subiscono alterazioni in quanto essi sono immersi in una soluzione isotonica, (di pressione osmotica uguale a quella del loro citoplasma). Nel caso in cui i globuli rossi siano immersi in una soluzione ipotonica (per esempio l’acqua) questa entrerà attraversando la membrana plasmatica nei globuli che si espanderanno fino a rompersi. In una soluzione ipertonica i globuli rossi cedono acqua atrofizzandosi.

OTI: Ossigeno Terapia Iperbarica.

Pa: Pascal (unità di misura) è l’unità di misura della pressione nel sistema internazionale. Pa= N/m-2  

Patologia da Decompressione: sindrome morbosa originata dalle modificazioni dello stato fisico dei gas inerti disciolti nel corpo umano e dalle reazioni bioumorali che ne derivano, causate da una eccessiva diminuzione della pressione ambiente.

PDD:  acronimo di Patologia Da Decompressione. 

Perfusione: movimento continuo di un liquido attraverso un sistema biologico. La velocità della perfusione umana è influenzata dalla gittata sistolica, dalla frequenza delle pulsazioni e dalla vascolarizzazione.

Periodo: riferito ai «tessuti» è il tempo necessario per raggiungere metà saturazione.

Peso Molecolare: cifra che indica il numero totale dei neutroni e dei protoni presenti nel nucleo degli atomi.

Pneumotorace traumatico: nella sovradistensione polmonare lo pneuomotorace è un evento poco frequente. Si tratta della penetrazione di gas tra le due vescichette pleuriche deputate all’estensione del tessuto polmonare. Rappresenta una problematica nella ricompressione terapeutica.

Pressione: grandezza fisica che esprime il rapporto tra l’intensità della Forza esercitata su di una Superficie definita.

Pressione assoluta: con questo termine si intende una somma delle pressioni esercitate sul sommozzatore: la pressione data dalla colonna di aria e quella data dalla colonna d’acqua.

Saturazione: condizione nella quale la pressione parziale di un gas disciolto in un tessuto è identica a quella presente nella pressione ambiente. 

Sinapsi: connessione fra due cellule nervose con la funzione di trasmettere l’impulso nervoso che avviene in una sola direzione.

Sincope: improvvisa e grave depressione neuro-circolatoria. Si evidenzia con la caduta della pressione arteriosa associata alla perdita della coscienza con diminuzione o arresto delle funzioni cardiache e respiratorie.

Sindrome: complesso di sintomi che compaiono simultaneamente definendo un quadro clinico caratteristico alla cui base possono esservi cause diverse o indefinite.

Solubilità: per  solubità si intende la quantità massima di soluto che si scioglie in una quantità fissa di un solvente ad una temperatura specifica. Una soluzione si dice satura quando in una data quantità di solvente non è possibile sciogliere ulteriore soluto.

Sovrasaturazione: condizione nella quale la tensione di un certo gas disciolto in un tessuto è maggiore della pressione parziale dello stesso.

Surfactante: Il surfactante è una sostanza che forma una pellicola attorno alla superficie dell’alveolo. Questa sostanza abbassa la tensione superficiale permettendo all’alveolo di rimanere espanso.

Tabelle di Decompressione: Rappresentazione garfica di un sistema finale matematico per consentire la risalita sino alla superficie del subacqueo prevenendo forme di PDD. Il calcolo delle tabelle di decompressione si articola su principi fisici di termodinamica applicati alla biologia.

Tensione: pressione parziale di un gas disciolto in un liquido.

Tessuto: parte teorica dell’organismo alla quale si attribuiscono caratteristiche costanti nella risposta all’esposizione iperbarica con un determinato gas. Più corretti i termini «compartimento» e «distretto corporeo».

Toymbee: manovra di movimento e depressione onde eseguire la compensazione forzata dell’orecchio medio. Si ottiene deglutendo a naso chiuso.

Tribonucleazione: fenomeno di innesco dei micronuclei gassosi preesistenti (frizione delle superfici). 

Trombossano A2 (TXA2): sostanza prodotta dalla metabolizzazione dell’endoperossido PGH2, formato da un enzima e isolato per primo dalle piastrine. Ha un ruolo preminente nei processi di coagulazione.

Valore­­ Delta M: valore da aggiungere al Valore M per il passaggio da una sosta di decompressione all’altra (ogni 3 metri).

Valore M: limite di sovrasaturazione critica dei tessuti relativo alla profondità.

Valore Mo: limite di sovrasaturazione critica dei tessuti relativo alla superficie.

Viscosità: attrito con forza frenante fra gli strati di un liquido in movimento.

Respirazione subacquea e Monossido di Carbonio

Qualità della miscela respiratoria.

 

Nella preparazione delle miscele respiratorie per l’attività subacquea, siano esse mix di fondo o decompressive, binarie o ternarie,  ha importanza  fondamentale la verifica della corretta composizione della miscela desiderata.

Attenta e scrupolosa analisi deve quindi essere effettuata a fine ricarica e dopo il necessario tempo di stabilizzazione.
Un’altra esigenza di verifica della miscela preparata, deriva dalla possibile presenza in essa di gas e sostanze indesiderate che possono accidentalmente essere presenti e che, se in concentrazioni significative, possono  risultare dannose alla salute del subacqueo.

La qualità della miscela respiratoria sia essa semplice aria o nitrox o trimix, deriva, nel caso di ricarica per travaso, dalla qualità dei gas utilizzati, mentre nella ricarica con miscelatori a flusso continuo e per le ricariche ad aria,  anche dalla qualità del compressore utilizzato, dal suo grado di manutenzione, dagli oli lubrificanti , dal sistema filtrante ecc.
In  questo secondo caso la qualità della miscela dipende anche dalla qualità dell’aria ambiente che viene aspirata dal compressore.

E’  evidente quindi che particolare attenzione deve essere posta al posizionamento della tubazione di aspirazione del compressore in modo da impedire qualsiasi forma di inquinamento dell’aria aspirata.
Sarà inoltre auspicabile che il centro di ricarica sia posizionato in luogo esente da ogni forma di inquinamento dell’aria ( vedi ad es. quello veicolare ed urbano in generale, quello industriale).

Un altro caso da tenere seriamente in considerazione è quello dell’uso di compressori a scoppio i cui gas di scarico possono accidentalmente essere convogliati verso l’aspirazione.
Particolare cura deve essere quindi posta al posizionamento del compressore rispetto alla direzione del vento e allontanare  il più possibile l’aspirazione dallo scarico.Ma occorre anche attenzione alle operazioni di rifornimento del compressore in quanto lo sversamento di carburante può anch’esso contribuire ad inquinare l’aria aspirata con le sostanze volatili contenute nelle benzine.
In generale un buon sistema filtrante composto da separatori di condensa, trappole a carboni attivi e setacci molecolari, se mantenuto efficiente, ha un elevato rendimento nel trattenere le sostanze volatili , minore nel depurare l’aria da gas tossici eventualmente presenti e che se non trattenuti  possono quindi essere immessi nelle bombole.
La corretta manutenzione dei sistemi filtranti è fondamentale anche perché questi progressivamente si saturano e dopo un certo tempo le sostanze nocive in essi contenute possono essere rilasciate.
Fondamentale è anche la manutenzione dei separatori di umidità in quanto l’acqua ha in generale un effetto inibente sui carboni attivi e sui setacci molecolari riducendone le proprietà adsorbenti.

E’ quindi possibile la presenza accidentale di sostanze indesiderate nelle miscele respiratorie e  tra queste particolare attenzione occorre porre al Monossido di Carbonio in quanto è un gas che  può avere effetti  molto seri sulla salute.

MONOSSIDO DI CARBONIO (Carbonmonoxide – CO)
Si trova raramente in natura ma si forma tutte le volte che il carbonio o i suoi composti bruciano in difetto d’aria: 2C + O2  2 CO 2CH4 + O2 2 CO + 3 H2   quindi nelle zone industriali e di intenso traffico automobilistico la concentrazione di CO può arrivare a livelli tossici.

Caratteristiche e proprietà fisiche : L’ossido di carbonio è un gas incoloro, inodoro, insaporo, molto velenoso. Infiammabilissimo, brucia all’aria con fiamma azzurrognola.  

Numero di CAS 630-08-0
Formula molecolare CO
Peso molecolare 28,01
Limiti di esplosività in aria 12,5-74,2% (v/v)
Temperatura di autoaccensione 651°C
Temperatura di fusione – 207°C
Temperatura di ebollizione – 191.3 °C
Peso specifico (aria=1) 0,968
Densità 0°C,101,3 kPa 1,25 g/l
Solubilità a 0°C in acqua 3,54 ml/100ml
Solubilità a 25°C in acqua 2,14 ml/100ml

Tossicità : L’ossido di carbonio è estremamente velenoso, basta una concentrazione dello 0,05% nell’aria per arrecare gravi malesseri, se ne contiene oltre l’1% produce rapidamente la morte; allo 0,6% può produrre la morte di un uomo a riposo dopo mezz’ora.La tossicità è dovuta alla sua rapida reazione con l’emoglobina  del sangue (Hb) che invece di combinarsi con l’ossigeno forma un complesso più stabile con l’ossido di carbonio (carbossiemoglobina).

Le cellule dei tessuti vengono così ad essere rapidamente depauperate di ossigeno, arrestando la funzione vitale del sangue.

Patogenesi:
Il CO ha per l’emoglobina un’affinità 200-300 volte maggiore dell’ossigeno e, legandosi ad essa (con formazione di carbossiemoglobina o HbCO), la rende incapace di fissare e trasportare l’ossigeno, determinando così un’anossia di tipo anemico.
Tale anossia è aggravata dal fatto che in presenza di HbCO la residua ossiemoglobina (HbO2) è meno dissociabile e quindi,  per poter ottenere il distacco da essa dell’ossigeno, occorre una più bassa tensione di O2 nei tessuti.

Se l’aria contiene lo 0,01% di CO, questo è tollerabile per parecchie ore, giacchè solo il 9,6% dell’emoglobina circolante viene trasformata in HbCO; alla concentrazione di CO pari allo 0,06-0,07% circa la metà dell’emoglobina si lega al CO ed il soggetto sta bene a riposo, ma può cadere in collasso se comincia a svolgere la minima attività muscolare, per es. piccoli movimenti; una concentrazione dello 0,15-0,20% è sicuramente dannosa dopo un’ora di esposizione; una concentrazione dello 0,4% o più è rapidamente mortale.

La combinazione dell’emoglobina con il CO è assai stabile, ma è reversibile e può essere scissa in presenza di grandi quantità di ossigeno.

Una volta staccatasi dal CO (che è eliminato attraverso l’albero respiratorio senza subire modificazioni), l’emoglobina riacquista comunque la sua capacità di trasportare l’ossigeno.
Alcuni autori sostengono inoltre che, oltre a provocare una anossia anemica attraverso la formazione di HbCO, il CO eserciterebbe anche un’azione istotossica, in quanto inibirebbe vari enzimi cellulari.

Questo in realtà si verifica solo per concentrazioni molto elevate di CO.
Ciò che invece occorre evidenziare è il concatenarsi di effetti fisiologici che rafforzano gli effetti dell’azione del CO: come è noto l’attività del centro bulbare è stimolata dalla anidride carbonica e quindi alla ipocapnia  (riduzione della pressione parziale di CO2 ematica) il centro bulbare risponde con una diminuzione della ventilazione.
Ne consegue che l’ipossia si aggrava ulteriormente per l’ipoventilazione.
Inoltre la tensione della CO2 nel sangue influenza la dissociazione dell’HbO2 che è rallentata in condizioni di ipocapnia e quindi meno O2 viene ceduto ai tessuti. Le intossicazioni più gravi da CO sono quelle in cui il contenuto di CO2 nell’aria inspirata è più scarso.

L’insufflazione di O2+CO2 è al contrario, la tecnica di rianimazione più congrua.

Sintomatologia ed esposizione
L’inalazione di quantità molto elevate di CO produce una intossicazione acutissima con perdita di coscienza, convulsioni, paralisi generale e morte.
L’intossicazione acuta si presenta con:

  • Sintomi a carico del sistema nervoso: cefalea intensa e pulsante (in prevalenza frontale e temporale), ronzii auricolari, vertigini, nausea (talora con vomito), astenia profonda (specialmente agli arti inferiori per cui la vittima non riesce a muoversi), sonnolenza; in casi più gravi sopore, paralisi generale, coma; in qualche caso euforia, eccitazione psicomotoria e delirio. L’acutezza visiva e l’udito diminuiscono.
  • Sintomi a carico dell’apparato circolatorio: vasodilatazione periferica, con tachicardia, ipotensione, cardiopalmo;  dilatazione miocardia, angina pectoris, infarti cardiaci da trombosi coronaria, blocchi di branca e atrio ventricolari, extrasistoli, turbe del ritmo cardiaco ecc.

 Se l’avvelenato sopravvive possono residuare per qualche tempo postumi, consistenti soprattutto a carico del sistema nervoso e del cuore: cefalea, astenia muscolare (specie agli arti inferiori), vertigini, disturbi psichici, amnesie, crisi anginoidi, turbe del ritmo cardiaco ecc.

La seguente tavola indica i livelli di carbossiemoglobina che si formano all’equilibrio con le diverse concentrazionei di CO nell’aria ambiente e i conseguenti effetti osservati: 

CO atmosfericoppm COHb nel sangue%  SINTOMI
70 10 Affanno dopo uno sforzo vigoroso; possibile mal di testa
120 20 Affanno dopo uno sforzo moderato; occasionale emicrania con pulsazioni alle tempie
220 30 Forte affanno; irritabilità; facile affaticabilità; vertigini; abbassamento della vista
350-520 40-50 Affanno; confusione mentale; collasso; svenimento dopo sforzo
800-1200 60-70 Incoscienza; convulsioni; blocco respiratorio; morte se l’esposizione continua
1950 80 Rapidamente fatale

  

Utile per la diagnosi è quindi il dosaggio del CO nell’aria ambiente e nel sangue.
Nell’atmosfera la concentrazione del CO è normalmente inferiore a 10 ppm; essa non deve oltrepassare per una esposizione assai breve le 400 ppm e per un’esposizione giornaliera di otto ore le 25 ppm (0,0025%).

Nell’uomo sano la concentrazione di CO nel sangue è al massimo di 0,60 cc% che in gran parte proviene dall’ambiente di vita (nei fumatori bastano poche sigarette per innalzare di molto la concentrazione di carbossiemoglobina).
E’ importante evidenziare come nei fumatori l’esposizione al CO va ad instaurarsi su di una situazione fisiologica già negativa. 

 

Terapia

Sottrarre immediatamente l’intossicato all’ulteriore azione del CO e procedere il più presto possibile alla somministrazione di ossigeno con il 5-7% di CO2; questa, come visto, è ritenuta utile per stimolare i centri respiratori ed aumentare così la ventilazione polmonare e la velocità di eliminazione del CO, nonché per abbassare il pH ematico e favorire in tal modo la dissociazione del Co dall’emoglobina.

Brillanti risultati si ottengono con l’ossigeno terapia ad alta pressione (2 atmosfere) in camera iperbarica.
Se la respirazione si arresta o è insufficiente è necessario ricorrere alla respirazione artificiale.
Utile in casi gravi il salasso, seguito da trasfusione di eguale quantità di sangue (apportatore di emoglobina).

  

LIMITI DI ESPOSIZIONE AL CO

Per  determinare i valori limite di esposizione e disporre di un metodo di stima della pericolosità dei vari gas tossici e del CO in questo caso, l’unico ambito attendibile di riferimento è sicuramente quello dell’igiene industriale  in cui, per ciascun agente, è definito un TLV (Treshold Limit Value) a cui potenzialmente ciascun lavoratore può essere esposto.I valori limite di soglia indicano, per ogni sostanza considerata,  le concentrazioni atmosferiche alle quali si ritiene che un uomo in attività possa rimanere esposto senza effetti dannosi.

Occorre subito sottolineare che in relazione alla variabilità individuale, alcuni soggetti possono accusare disagio in presenza di alcune sostanze anche a valori di concentrazione atmosferica pari od inferiori ai TLV o il manifestarsi di effetti più marcati per l’aggravarsi di condizioni preesistenti.

Tali valori limite devono pertanto essere utilizzati come orientamenti o raccomandazioni per la prevenzione dei rischi per la salute e non sono certamente una linea di demarcazione netta tra concentrazione sicura e pericolosa.

I TLV sono stabiliti in base ai dati più attendibili ricavati dall’esperienza in campo industriale, ai risultati di ricerche sperimentali sull’uomo e sugli animali e, quando possibile, alla combinazione di questi elementi di giudizio.
La precisione dei TLV è soggetta a variazioni in relazione al numero di informazioni via via disponibili per ciascuna sostanza e vengono perciò periodicamente aggiornati.

I TLV, per rispondere alle esigenze del mondo del lavoro, sono definiti in tre categorie:

a)     TLV-TWA (Time Weighted Average) valore limite definito come: concentrazione media ponderata nel tempo per una giornata lavorativa di 8 ore e per 40 ore lavorative settimanali a cui tutti i lavoratori possono essere esposti ripetutamente, giorno dopo giorno, senza effetti negativi.
b)      TLV-STEL (Short Term Exposure Limit)  valore limite definito come: concentrazione cui I lavoratori possono essere esposti continuativamente per breve periodo di tempo (15 minuti) senza che insorgano irritazione, alterazione cronica o irreversibile del tessuto, narcosi di grado sufficiente ad accrescere la probabilità di infortuni, di menomare le capacità di mettersi in salvo o di ridurre materialmente l’efficacia lavorativa, purchè non venga superato il TLV-TWA giornaliero.
c)     TLV-C Ceiling) valore limite definito come: concentrazione che non deve essere superata neppure istantaneamente.
Questo TLV ha importanza da solo esclusivamente per le sostanze come i gas irritanti.

VALORE LIMITE DI SOGLIA  PER IL MONOSSIDO DI CARBONIO
La normativa italiana prevede l’applicazione dei limiti definiti a livello nazionale e comunitario ed in assenza l’applicazione di quelli definiti dall’American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH).

Tali limiti sono periodicamente aggiornati e quelli attualmente in vigore per l’Ossido di Carbonio sono:

  

agente formula TWA  ppm TWA  mg/m3 STEL ppm STEL mg/m3
Ossido di Carbonio CO 25 29

  

Negli anni 80 i valori erano più alti (TWA= 50ppm e 55 mg/m3 ) ed era definito anche un valore STEL di 400 ppm e 440 mg/m3 oggi abolito.L’OSHA (Occupational Safety & Health Administratio – U.S. Department of Labor) adotta un valore di 35 ppm come TWA (per esposizione di 8 ore).

I valori limite di soglia impiegati in ambito industriale sono quindi  gli unici dati disponibili ed attendibili  di riferimento per una valutazione di rischio nella respirazione di miscele ad uso subacqueo in cui siano presenti sostanze indesiderate.

E’ evidente che tali valori non sono immediatamente utilizzabili in quanto le miscele respiratorie ad uso subacqueo vengono inalate a pressioni ambiente sempre superiori a quella atmosferica. Se volessimo correggere quindi il valore limite attualmente in vigore nel campo dell’igiene industriale (TWA 25ppm) sarebbe:

  

Profonditàm Pressione ambientebar Concentrazione limiteppm Concentrazione limite anni ‘80ppm
0 1 25 50
10 2 12,5 25,0
20 3 8,3 16,7
30 4 6,3 12,5
40 5 5,0 10,0
50 6 4,2 8,3
60 7 3,6 7,1
70 8 3,1 6,3
80 9 2,8 5,6
90 10 2,5 5,0
100 11 2,3 4,5
110 12 2,1 4,2
120 13 1,9 3,8
130 14 1,8 3,6
140 15 1,7 3,3
150 16 1,6 3,1

  

Indicazioni in questo senso nell’ambito dei gas compressi e della subacquea che vale la pena citare sono: 

  • La maggior parte delle industrie del settore subacqueo americano utilizza come standard di qualità dell’aria quelli indicati dalla CGA (Compressed Gas Association) e precisamente l’aria di Grado E (limite CO 10 ppm).
  • La ANDI (American Nitrox Divers International) utilizza un limite più restrittivo indicando per il CO un valore inferiore a 2ppm.
  • La NAUI utilizza anch’essa come riferimento i valori CGA Grado E modificati (limite CO 2 ppm).
  • La norma DIN 3188 fissa, in relazione alla qualità dell’aria compressa da respirare, un valore di 50 ppm per il CO.

Nel primo caso il valore corrisponde esattamente al corrispettivo corretto a 5 bar  del vecchio limite di 50ppm ; il secondo risulta più cautelativo anche in relazione alla preparazione di miscele sintetiche arricchite in ossigeno; il terzo più restrittivo rispetto alle indicazioni CGA risulta da una didattica che effettua anche corsi tecnici e quindi anche questo valore è sostanzialmente in linea.

La norma DIN 3188 attua ancora il vecchio limite di 50 ppm tal quale senza considerare evidentemente l’uso iperbarico.

Considerando che il valore limite attualmente in uso nell’ambito dell’igiene industriale (TLV TWA =25 ppm) è un valore che si riferisce alla esposizione prolungata (8 ore al giorno per 40 ore settimanali) di persone in attività lavorativa, si può considerare sufficientemente cautelativo come valore limite per definire la qualità delle miscele respiratorie ad uso subacqueo purchè corretto rispetto alla profondità di utilizzo della miscela stessa.

In generale quindi una miscela respiratoria per uso ricreativo non dovrà superare la concentrazione di  CO di 5ppm e quelle per immersioni tecniche non dovrànno superare i 2 ppm.  TECNICHE DI ANALISI DELLA MISCELA RESPIRATORIA Le tecniche analitiche in grado di fornirci la concentrazione dei gas ricercati nella miscela respiratoria, sono sostanzialmente tre: 

  1. Fiale rilevatrici colorimetriche
  2. Analizzatori a celle elettrochimiche
  3. Analisi gascromatografica

  

Le fiale rilevatrici colorimetriche

 Le fiale rilevatrici colorimetriche  rappresentano una tecnica analitica a secco, basata sulla reazione chimica tra gas da rilevare, fatto fluire attraverso la fiala, ed uno strato adsorbente contenente un reattivo specifico in grado di colorare progressivamente il contenuto della fiala.

Poiché il volume di aria prelevato e fatto fluire nella fiala è fisso per ciascun tubo reattivo,la concentrazione del gas indagato è proporzionale alla lunghezza dello strato che si è colorato.

Questa concentrazione è così immediatamente rilevabile grazie ad una scala graduata presente longitudinalmente su ogni fiala. 
          
Fiala colorimetrica
per analisi di CO con doppia scala di concentrazione in funzione del volume di aria aspirato nella stessa .
Per far fluire il necessario volume di aria ambiente attraverso la fiala, occorre aspirare questo volume esatto per mezzo di una pompa.
In commercio esistono sostanzialmente due tipi di pompa manuale: una a soffietto (mediante la compressione ed il rilascio si ha l’aspirazione di un volume noto di aria) ed una a pistone il cui funzionamento è del tutto simile a quello di una siringa e consente anch’esso il prelievo di un volume noto di aria ambiente.Il primo modello è il più diffuso ed è prodotto dalla Draeger (commercializzato in Italia dalla stessa Draeger –v.Edison,6 Assago-MILANO) : 

Pompa a soffietto Draeger
il secondo è prodotto dalla ditta GASTEC ed è commercializzato in Italia dalla Analitica strumenti- v. degli Alberti, 132 61100 Pesaro:

 

Pompa a pistone Gastec

In ogni caso è evidente che poiché la colorazione della fiala e quindi la concentrazione rilevata è direttamente dipendente dal volume di miscela fatta fluire nella fiala stessa, la misura risulterà tanto più precisa quanto più esatto sarà il  volume di gas che ha attraversato la fiala colorimetrica.

Questo obbiettivo è raggiungibile riempiendo una sacca da gas con la miscela da analizzare ed aspirando da essa il volume necessario mediante la specifica pompa (non disponendo di una sacca da gas si può ovviare con un palloncino di gomma effettuando prima dei lavaggi con la miscela gassosa da analizzare).

In alternativa la ditta GASTEC commercializza un sistema composto da riduttore di pressione con flussometro tarato da installare direttamente sulla bombola ed al quale è possibile collegare direttamente la fiala rilevatrice.

Questo sistema nasce espressamente per il controllo della purezza dell’aria compressa in autorespiratori:  
Sistema Gastec per il controllo di autorespiratori  Esistono fiale specifiche per il controllo di anidride carbonica, ossido di carbonio vapor d’acqua e nebbie oleose nell’aria di autorespiratori.  

Analizzatori a celle elettrochimiche

 Gli analizzatori a celle elettrochimiche sono strumenti  largamente utilizzati nel controllo degli ambienti di lavoro, sia per campionamenti statici che personali, per la valutazione del grado di esposizione degli addetti.

Sono in questo caso costituiti da uno o più  sensori specifici per ciascun agente da rilevare che producono un segnale proporzionale alla concentrazione atmosferica della sostanza ricercata.
Tale segnale è poi trasformato in valore di concentrazione e visualizzato su apposito display. Spesso sono dotati di allarmi  che si attivano nel caso di superamento di valori limite impostati.

Una configurazione particolare di analizzatori a celle elettrochimiche è quella degli analizzatori di gas di combustione che sono dotati di un sistema pompante che aspira i gas convogliati (da camini, da tubi di scarico ecc.) e li fluisce sui sensori analitici.

Entrambi  i tipi di strumenti sono utilizzabili per il controllo di miscele contenute in bombole.

Per ottenere una misura attendibile con gli analizzatori ambientali occorre fare in modo che il flusso di miscela scaricata dalla bombola ed indirizzata sul sensore dell’apparecchio  rispetti il valore specifico dello strumento che generalmente è di 0,2-1 litro/minuto.
Questo è possibile utilizzando un riduttore di pressione abbinato ad un flussometro tarato.
Per utilizzare gli analizzatori di gas di combustione, occorre fare in modo che questi aspirino la miscela da analizzare da una sacca in cui precedentemente si è proceduto al campionamento.Gli analizzatori a celle elettrochimiche hanno il vantaggio di poter fare numerose misure di controllo ma lo svantaggio del costo iniziale di acquisto e della sostituzione dei sensori che si esauriscono nel tempo.

L’OSHA , per la valutazione dei limiti di esposizione, indica sostanzialmente due metodi analitici: le fiale rilevatrici colorimetriche da utilizzare per esposizioni di breve periodo e gli analizzatori a celle elettrochimiche per la stima di esposizioni prolungate.In questo secondo caso lo strumento utilizzato per la validazione del metodo analitico è il mod. 190 CO Datalogger della Draeger.

Possono essere utilizzati altri apparecchi purchè rispondano alle specifiche tecniche del modello indicato.
Il modello attuale della Draeger rispondente alle specifiche è il PAC III.
Per una corretta effettuazione delle misure occorre periodicamente calibrare lo strumento esponendolo ad un flusso di CO standard a concentrazione nota.Nella effettuazione delle misure ha fondamentale importanza la regolazione del flusso che va ad investire il sensore.
Flussi superiori alle specifiche dello strumento danno letture superiori al valore reale di concentrazione.

Analisi gascromatografica

Richiede l’impiego di strumentazione molto sofisticata e costosa (gascromatografo) reperibile solo in laboratori di analisi specializzati  e per la quale è richiesto personale qualificato.

Questa è comunque la tecnica analitica per eccellenza per definire esattamente la composizione di una miscela gassosa ed occorre quindi tenerla presente per farvi ricorso in quei casi in cui sia necessario avere un responso di alta precisione.In questo caso sarà necessario campionare un determinato volume della miscela da analizzare per trasportarla al laboratorio.

La maniera migliore per effettuare questo campionamento è quella di riempire una apposita sacca (quelle normalmente utilizzate hanno un volume da 1 a 5 litri) trasferendo la miscela gassosa direttamente dalla bombola. 

BIBLIOGRAFIA U.Deodori– Trattato di Patologia Medica – Ed. Universo 1982 vol.1G.Bianucci –Gas tossici in grotta- Atti della Commissione Grotte “E.Boegan”, vol.33 pp.25-45 Trieste 1996National Draeger, Inc.  Draeger Detector Tube Handbook , 8th edition , 1992Gastec Corporation – Sistemi e fiale a lettura diretta per l’analisi dei gas, catalogo 2001Osha (Occupational Safety Health Administration- YU.S. Departement of Labor) – Carbon Monoxide in workplace atmospheres (Direct-Reading Monitor), March 1993ACGIH(American Conference of Governmental Industrial Hygienists) “Threshold Limit Value (TLV’s) and Biological Exposure Indices (BEIs)” , 1999.CGA (Compressed Gas Association) – CGA G-7”Compressed Air for Human Respiration”.CGA (Compressed Gas Association) – CGA G-7.1” Commodity Specification for Air”.NAUI (National Association of Underwater Instructors) – NAUI Ethics end Quality Assurance, “Commitment to quality practices”.

 

Forame Ovale Pervio (PFO)

Le prime descrizioni in lingua italiana del Forame Ovale Pervio applicato alla patologia da decompressione risalgono al febbraio 1991, tema trattato da Andrea Neri al  2° Covegno ScubaTeknica di Montecatini Terme.

In quella circostanza furono evidenziate le potenziali problematiche del PFO (Patent Foramen Ovale) ed alcune ricerche condotte dal DAN USA.

Diverse embolie «inspiegabili» sono state ricondotte alla pervietà interatriale di cui ne descriviamo le caratteristiche.

Per comprendere le caratteristiche del Forame Ovale Pervio occorre posare l’attenzione sulla circolazione fetale.

 

 

 

La  Circolazione  Fetale

Nella figura a lato, schema della circolazione sanguigna nel feto.


Gli scambi gassosi e le sostanze nutritizie per il feto sono trasportate alla placenta dalle arterie ombelicali e avvengono nei villi coriali.

Successivamente il sangue percorre la vena ombelicale per giungere all’atrio destro del cuore, quindi il sangue passa sia nel ventricolo destro che nell’atrio sinistro attraverso il Foro di Botallo o PFO.

Lo scopo del PFO (nella figura a sinistra è indicato dalla freccia bianca) consiste nell’evitare un sovraccarico al circolo polmonare (che è privo di attività respiratorie) e necessita solo della circolazione per il proprio fabbisogno nutritizionale.

 

 

 

 

La  Circolazione  del  Sangue

dopo  la  nascita

Una volta avvenuta la nascita, la circolazione del sangue sviluppa alcune modificazioni.

Il dotto di Botallo, ovvero la comunicazione tra l’arteria polmonare e l’arteria aorta si oblitera (si chiude) trasformandosi nel legamento arterioso di Botallo, parallelamente il foro interatriale (PFO) inizia il suo collabimento in previsione di una futura chiusura e si ha l’attivazione del microcircolo cuore-polmoni-cuore.

Nella figura a fianco sono raffigurati gli adattamenti sopradescritti.

In azzurro è rappresentato il percorso venoso, in rosso quello arterioso, in nero i vasi obliterati.

Alcune ricerche hanno dimostrato che circa il 30% della popolazione possiede un difetto circa la completa chiusura del Forame Ovale.

In questi casi si può avere un passaggio di sangue venoso dall’atrio destro a quello sinistro.

Il fenomeno, se applicato alla decompressione, può indurre a una introduzione di sangue sovrasaturo di inerte nel sistema arterioso by-passando il filtro polmonare.

Appare evidente l’interazione con la potenzialità della patologia da decompressione qualora il fenomeno di by-pass avvenisse.

Attualmente vi sono vari metodi affinché il sub possa accertare se detiene il Forame Ovale Pervio.

E’ pertanto raccomandato che il subacqueo si informi presso il proprio medico o le unità sanitarie locali circa le procedure per sostenere un simile accertamento.

La Guida Subacquea – di Andrea Neri

Cosa aspettarsi, pretendere, chiedere da una guida subacquea.
Dove iniziano e terminano i compiti dell’accompagnatore subacqueo.

In un’ipotetica scala gerarchica, la guida subacquea è subordinata al livello d’istruttore, infatti in molti programmi di formazione, la guida è considerata un valido e prezioso aiutante dell’istruttore durante la conduzione di corsi.
Questa valutazione corrisponde alla realtà solo in parte.
Scopo di questo articolo è mettere a fuoco quali possano essere realmente i compiti di una guida, quello che si può ragionevolmente pretendere da essa, quali possano essere gli oneri e gli onori.
Definizione di Guida Subacquea
Per guida subacquea s’intende colui che dopo avere avuta una formazione specifica e conseguito il relativo brevetto, agisce prevalentemente nella veste di accompagnatore durante un’escursione subacquea composta da altri sub certificati.

Questo significa che la guida subacquea non ha alcun compito didattico ne tantomeno l’autorità all’insegnamento.

La guida subacquea è a tutti gli effetti, un subacqueo che conduce altri appassionati alla visione di fondali da lei ben conosciuti.

Attitudini per fare la Guida Subacquea

In molti corsi di formazione, l’addestramento alla conduzione guidata di altri subacquei è sommato alle attività da assistente istruttore.

In un primo momento, queste due attività sembrano quasi simili mentre invece hanno caratteristiche profondamente diverse che meritano un approfondimento.

La diversità più rilevante tra assistente istruttore e guida subacquea è che quest’ultima si trova ad agire non con studenti ma con subacquei già brevettati.
In moltissime situazioni, questa distinzione genera effetti di vario genere, anche contrapposti tra loro ma con un unico denominatore: il proprio ego.
Sembra strano, o forse non lo è, che molti problemi subacquei hanno origine dalla psicologia del sub, ma un’attenta analisi d’ogni caso indica che la componente dell’approccio mentale all’immersione, ha una presenza quasi costante.

Durante un corso subacqueo, il ruolo di studente, di colui che è lì per imparare, colloca l’allievo nella “normalità dell’errore” nel senso che è normale commetta errori, e quindi non è particolarmente lesa la propria autostima.

Diversamente, durante un’immersione guidata, il sub escursionista è già subacqueo, non è lì per imparare ed essere giudicato, ma per divertirsi e magari tanto, soprattutto nei casi in cui l’escursione è pagata.

Il fatto di non volere essere giudicato è molto importante, visualizziamo lo scenario classico di un sub che si rivolge ad un diving per eseguire delle immersioni in luoghi sconosciuti.

Al momento in cui è fatta conoscenza con la guida, si genera automaticamente un dato livello di simpatia o antipatia che avrà ripercussioni sulle immersioni, pertanto diventa fondamentale il tipo di approccio con il quale la guida si rivolge agli escursionisti, da ciò dipenderà la sua autorevolezza e la collaborazione da parte degli escursionisti.

Certo, esistono vari tipi di subacquei escursionisti, c’è colui che desidera essere “comandato” perché ciò lo fa sentire più sicuro in quanto è sotto il controllo di un “comandante” anche se ciò denota un’insicurezza delle proprie abilità subacquee, c’è colui che considera la guida una specie di male necessario perché sente limitata la propria libertà esplorativa, c’è colui che tende ad ignorare le direttive della guida espresse durante il briefing (se il briefing è stato fatto!) scendendo più profondo o attardandosi su certi luoghi, c’è colui che vuole fare ciò che meglio crede tanto … c’è la guida a controllare tutto.

Davanti a tutta questa eterogeneità di subacquei, si può comprendere che probabilmente fare la guida subacquea non si limita a portare sott’acqua dei sub ma anche nel prevenire problemi derivanti da come essa si è proposta ed accettata.

Il fattore psicologico, della comunicazione, di come la guida si propone non fanno parte di un corollario teorico o accademico ma spudoratamente pratico.

Vi sono infatti guide convinte che, in quanto tali, possono assumere atteggiamenti da caserma o da giudici verso i quali non è consentito muovere obiezioni.
In quei casi, negli escursionisti più navigati, la reazione più comune è la non-collaborazione da parte dei divers e/o dall’immediato desiderio di “far vedere a quello là” come si è bravi sott’acqua. Nei casi invece di sub con poca esperienza l’effetto è quello di rimanere intimoriti, preoccupati di commettere errori e quindi ecco nascere lo stress psicologico.

Un altro tipo di guida è quella molto permissiva. Inizialmente una guida così è ben gradita da tutti “finalmente una guida che ci fa fare ciò che si vuole!” ma il gradimento termina quando si formano problemi causati proprio dall’eccessiva libertà di azione, ecco quindi che la guida da adorato angelo con le bombole, diventa un demone con lo scuba e l’eventuali responsabilità saranno scaricate tutte su di essa, che non ha saputo pianificare professionalmente una semplice gita subacquea, ergo: per fare la guida subacquea occorre possedere attitudini psicologiche.

Il primo contatto con gli escursionisti è fondamentale per ogni guida, per cui deve essere la guida a “sintonizzarsi” verso i propri assistiti non viceversa. Per fare accettare la propria autorevolezza ci saranno di lì a poco ben altre occasioni, come ad esempio il briefing.
Briefing, non solo parole
Il briefing è un colloquio che ha la guida con i sub da portare in escursione.
A volte, troppe volte, non avviene, ma prima di descrivere i motivi per i quali non è fatto il briefing, è necessario stabilirne l’utilità.
Cosa è e come deve essere fatto un briefing, perché può essere noioso e poi, quanta utilità ha?
Un briefing è un colloquio attraverso il quale la guida elenca i punti principali su come sarà condotta l’immersione ed espone direttive comportamentali alle quali devono attenersi gli escursionisti.


Eseguire il briefing significa pianificare razionalmente l’immersione programmata, significa ricordare le regole generali dell’immersione subacquea e le procedure di sicurezza, significa non lasciare scoperti argomenti sui quali i sub meno disciplinati fanno affidamento per fare ciò che più gli piace e, a termine immersione, giustificare il loro comportamento.

Avere discusso l’immersione in ogni dettaglio significa ridurre fortemente le probabilità che avvengano problemi e incidenti, in altre parole si tratta dell’applicazione del principio basilare della sicurezza: la prevenzione.

Emanare direttive sull’immersione da eseguire significa impedire all’eventuale sub indisciplinato che nel caso di negligenze possa replicare a posteriori “pensavo si potesse fare senza problemi” significa avere testimoni (i sub presenti al briefing) in condizione di potere affermare che una data procedura era stata chiaramente discussa dalla guida e che se è stata disattesa, non può essere imputabile ad essa bensì al sub che l’ha violata.

Questo argomento scivola nell’ipotetica responsabilità legale della guida, un evento che può congruamente affiorare qualora si dovesse verificare un incidente.
Anche durante un briefing emergono prepotentemente il fattore psicologico e le tecniche di comunicazione.
Si è avuto modo di notare, e ripetutamente, che il briefing è un evento “sofferto” dai sub più esperti o da coloro che hanno un alto livello della propria autostima, mentre è calorosamente apprezzato dai sub meno esperti o principianti.

Nei casi in cui la guida deve accompagnare sub esperti o presunti tali, occorre siano attivate alcune astuzie capaci di non urtare l’autostima di cui sopra ottenendo la collaborazione fattiva degli esperti, occorre cioè che la guida sia “simpatica” e lo può fare esternando in maniera moderata, per cui credibile, il proprio compiacimento di avere in immersione subacquei di tale livello anche se, “purtroppo, essendo io la guida devo attenermi e farvi attenere alle comuni regole d’immersione”.

Un buon briefing non può richiedere solo alcuni minuti e richiede il supporto di qualche ausilio tecnico, come ad esempio la visualizzazione dell’immersione in programma.
In molti centri immersione il briefing è condotto commentando disegni, poster o addirittura video dell’immersione da fare.

Questo modo di condurre il briefing è senza alcun dubbio molto utile perché consente all’escursionista di valutare personalmente il tipo dell’immersione, il livello di difficoltà, di “vivere” l’immersione prima d’averla fatta e quindi ridurre il fattore sorpresa, ciò contribuisce nel ridurre lo stress psicologico dei sub più ansiosi e più previdenti.
Abilità della Guida Subacquea
Per essere una guida subacquea affidabile non è sufficiente essere dei bravi subacquei, rispettosi delle regole e attenti a come si svolge una data immersione.
Queste sono le caratteristiche elementari che compongono lo Status di una guida.
Affinché l’affidabilità di una guida raggiunga i più alti livelli, occorre che essa sia abile anche in alcune funzioni terrestri.

Una guida subacquea non può esimersi dallo svolgimento delle attività connesse alle immersioni subacquee, tra queste devono essere considerate alcune efficienze di carattere nautico, tecnico e biologico.

Dato che molte immersioni guidate si svolgono impiegando un mezzo nautico, la guida deve sviluppare conoscenze e funzioni marinaresche che lo portano a collaborare durante alcune fasi della navigazione o dell’ormeggio e non solo, può accadere che occorra la necessità di guidare lo stesso mezzo nautico per cui il conseguimento della patente nautica è da considerarsi un “obbligo” professionale eppure, ancora oggi, vi sono guide che non sanno fare nemmeno nodi basilari quali la gassa d’amante, il nodo di bitta, il nodo piano o il parlato, che sono quotidianamente impiegati in ogni barca.

Considerando inoltre che i corsi di formazione per il brevetto di guida subacquea non possono fornire tutte le conoscenze ed esercitazioni pratiche utili nelle attività marinaresche, ecco che conseguire la patente nautica costituisce un prezioso valore aggiunto.

Non è raro che prima di un’immersione si verifichino problemi all’attrezzatura che oltrepassano le semplici rotture di un cinghiolo o il cedimento di un o-ring della rubinetteria.

Problemi connessi alla valvola di un jacket, al gruppo comandi di un corrugato, ad un erogatore con inizi di autoerogazione (questi i più ricorrenti) vedono spesso la richiesta di assistenza della guida.

In questi casi la guida può fornire un valido aiuto e risolvere il problema in vari modi.
Il più semplice e rapido è avere a bordo equipaggiamenti di riserva, il più complesso e che richiede tempo per l’esecuzione, è quello di avere le capacità e gli strumenti per riparare l’inconveniente.

In quest’ultima situazione occorre che la guida abbia avuto un addestramento addizionale e specifico sulla manutenzione e riparazione degli scuba-equipment.

Un altro scenario è costituito da ciò che si vede sott’acqua, le varie forme di vita marina grandi o piccole che siano ma che attirano l’attenzione e le domande degli escursionisti.

Sviluppare conoscenze di biologia e vita marina è un tema che ogni guida affronta, anche involontariamente proprio per le domande degli escursionisti, in particolare modo se si tratta di sub principianti ma, al di là della semplice risposta che rafforza l’immagine positiva della guida, conoscere la vita del mare o dei laghi e dei fiumi, sapere come si è formata un ansa o lo stesso fondale fornisce all’accompagnatore un’arma professionale di assoluto valore.

In immersione molti sub si aspettano di ammirare prevalentemente pesci, ma i pesci sono solo una piccola parte della vita sommersa.
Nudibranchi, briozoi, echinodermi, molluschi, policheti, poriferi, celenterati, crostacei e le stesse alghe sono tutte “armi” in più in mano alla guida per rendere entusiasmante qualsiasi immersione, anche quando i pesci sono assenti.
Formazione e tirocinio
Non è scopo di questo articolo stilare una graduatoria di merito dei vari corsi di formazione per guida subacquea ne tantomeno lo scrivente desidera scivolare nelle sabbie mobili delle didattiche, tuttavia l’addestramento per diventare una guida subacquea affidabile non è inferiore, come difficoltà, a quello per istruttore.

La differenza sostanziale tra guida e sub è stata descritta ma è opportuno ripeterla, è quella che una guida non ha a che fare con studenti bensì con sub già brevettati, ha a che fare con gente che non vuole essere valutata né tantomeno avere “lezioncine” vuole invece divertirsi in quanto forti del concetto del pay and play.

Di là dagli aspetti psico-comunicativi sui quali non saremo mai abbastanza esaurienti, subentrano quelli strettamente tecnici.

La formazione di una guida subacquea deve avvenire per gradi, con addestramenti specifici per i vari livelli d’esperienza dei futuri assistiti in quanto le problematiche più comuni presenti nelle escursioni per esperti sono logicamente diverse da quelle presenti nei sub principianti.

Oltre a questo, l’addestramento di una guida subacquea dovrebbe svolgersi prevalentemente nelle acque libere e non in quelle ferme, poco profonde e rassicuranti delle piscine.

Una volta raggiunta la certificazione di guida subacquea inizia la parte più complicata in quanto non vi è più un istruttore a controllare, correggere, suggerire, intervenire.

È naturale obiettare che l’esperienza non si acquisisce durante un corso, ma si può costruire con un apprendistato controllato, con un tirocinio sotto la supervisione di una guida esperta.

L’opportunità è concessa collaborando con un centro immersioni dove la guida acerba può essere affiancata per un dato periodo ad una guida esperta, non a caso alcuni programmi di formazione prevedono appunto, questo tipo di tirocinio prima di emettere il brevetto di Guida Subacquea.

I livelli di una Guida
Perché livelli? La domanda nasce spontanea come se esistessero vari gradi di guide ed, in effetti, è così.
Il titolo di Guida Subacquea attesta una formazione generica perché da tempo l’immersioni subacquee si suddividono in specifiche discipline, le principali sono l’immersione ricreativa o sportiva, tecnica o a miscele ternarie, speleo, con rebreathers.

La nostra opinione è che una guida deve saper condurre una data immersione “particolare” in quanto non può essere attendibile una guida che conduce un’immersione tecnica senza aver avuto un relativo addestramento, perché in casi d’emergenza non avrebbe le conoscenze adatte per tentare di risolverle in modo rapido ed efficace.

L’obiezione che una guida non può essere responsabile di un problema tecnico durante un’immersione le cui modalità travalicano le proprie conoscenze, è a nostro avviso discutibile non solo su queste pagine ma anche, e forse soprattutto, in un contenzioso legale.

10 Regole per Valutare la Guida Subacquea

Una guida subacquea in quanto tale non costituisce una garanzia assoluta per lo svolgimento ottimale di un’immersione assistita.
Come suggerito nell’articolo, può accadere che la guida non sia sufficientemente esperta e quindi più sottoposta ad errori durante la sua funzione di accompagnatore subacqueo.
Da questa considerazione nasce l’esigenza e l’importanza affinché il sub/escursionista disponga di un “metodo” con il quale valutare l’affidabilità della guida.
Quelli che seguono sono i dieci punti principali che possono aiutare l’escursionista a comprendere quale sia il livello di professionalità della guida che di lì a poco, lo condurrà in immersione.

01) La guida deve chiedere informazioni circa lo stato psico/fisico del momento.
02) La guida deve informarsi sul livello di brevetto e d’esperienza subacquea.
03) Osservazione dell’attrezzatura della guida.
04) La guida deve eseguire un briefing accurato sull’immersione in programma.
05) La guida deve puntualizzare che gli assistiti debbono attenersi alla pianificazione.
06) La guida ha analizzato, collegialmente, le condizioni meteo?
07) Nel caso di più sub da guidare, la guida deve disporre i sub presumibilmente meno esperti più vicini a se stessa.
08) La guida deve dedicarsi totalmente al controllo degli escursionisti, per cui non deve recare in immersione foto o video camere che abbasserebbero il suo livello d’attenzione.
09) La guida ha una progressione lenta in modo da non affaticare gli escursionisti? Chiede periodicamente il controllo della scorta d’aria?
10) La guida ha predisposto un piano d’emergenza?

Oxygen Window

La Oxygen Window è una particolare situazione fisiologica generata dal metabolismo organico per la quale si verifica una modifica delle pressioni parziali e tensioni dei gas disciolti nell’organismo.

Infatti, la somma delle pressioni parziali dei gas presenti nell’aria a livello alveolare è diversa da quella presente a livello venoso.
Il motivo di questa differenza offre la chiave per comprendere il fenomeno dell’Oxygen Window.

Occorre considerare che il metabolismo organico produce CO2 consumando ossigeno e che la quantità di CO2 prodotta non è uguale alla quantità di ossigeno consumata.

Il meccanismo che genera la OW è dato dalla forte differenza delle caratteristiche di solubilità* dei due gas rilevabile osservando il loro comportamento nel plasma.

Solubilità nel plasma dell’Ossigeno: 23.25 ml/l
Solubilità nel plasma dell’Anidride Carbonica (CO2): 483.56 ml/l

Accertata la maggiore solubilità della CO2 rispetto a quella dell’Ossigeno (mentre il numero delle molecole è identico; molecole ossigeno consumato = molecole anidride carbonica prodotta) non resta che rilevare la conseguente minore pressione parziale della CO2 rispetto alla pressione parziale dell’Ossigeno.

Di conseguenza si può affermare che a parità di volume disciolto la tensione** prodotta dalla CO2 è nettamente inferiore in quanto la CO2 solubilizzata non ha Pressione Parziale perché non è più CO2 disciolta ma è chimicamente trasformata in altre sostanze***che non partecipano all’equilibrio gassoso perchè non gas: questa differenza di Pressioni Parziali genera la Oxygen Window.

Questa differenza pertanto favorisce il drenaggio dei gas inerti nei compartimenti (tessuti) tendente a ristabilire un equilibrio pressorio tra la pressione alveolare e quella dei gas disciolti.
Tale differenza di tensione tende ad aumentare con l’aumento della PO2 inspirata, questo perché la maggior parte dell’Ossigeno è trasportato dal sangue dall’emoglobina mentre nel plasma la sua solubilità è fisicamente molto bassa.

L’emoglobina ha la caratteristica di non cedere Ossigeno quando nei tessuti ve n’è già molto, per cui la quantità di ossigeno (in condizioni di elevate pressioni parziali dello stesso gas) che viene ceduta ai tessuti rispetto alle condizioni di metabolismo è minima, ed è prevalentemente quella disciolta nel plasma.

Quest’ultima è quella che in proporzione contribuisce maggiormente alla tensione dell’Ossigeno nel sangue arterioso: ciò crea un “buco” di pressione nel sangue venoso, che può quindi accogliere il gas inerte in eccesso nei tessuti e trasportarlo ai polmoni per la sua eliminazione.

*    Solubilità: numero di molecole di un dato gas che si disciolgono in un dato liquido.
**  Tensione: pressione parziale di un dato gas allo stato disciolto.
*** La CO2 disciolta nel plasma forma acido carbonico/bicarbonati (CO2+H20 -> HCO3+H).

Standard Corso EMDE Essentials

Corso Essentials


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Il programma EMDE Essentials Diving Techniques è rivolto a sub brevettati ed ha lo scopo di condurli all’ottimizzazione funzionale dello scuba-equipment e all’ottimizzazione delle abilità tecnico/subacquee.

Il programma Essentials è l’ingresso in un sistema di eseguire e mostrare l’immersione subacquea bonificato da esempi negativi.

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AREE  ARGOMENTI  e  di  VALUTAZIONE

Area 1)  Configuring the scuba
Configurazione dell’equipaggiamento subacqueo.

Area 2) Diving technical skills
Le tecniche d’immersione EMDE si basano sulla selezione e applicazione delle metodiche nelle quali sono privilegiate la prevenzione dei problemi e l’efficacia dell’azione.

Area 3) Understanding the Example Philosophy
Nella realtà delle attività subacquee, l’Istruttore e il Diver EMDE sono direttamente e indirettamente entrambi “maestri” in quanto mostrano un modo d’immergersi e un modo di “pensare” la subacquea.

Il Programma Essentials EMDE

EMDE ha sviluppato un programma educativo basilare denominato Essentials Diving Techniques.

Questo programma è rivolto a subacquei certificati da qualsiasi Organizazzione Didattica ed ha lo scopo di rimuovere problematiche preesistenti, ottimizzare le tecniche d’immersione e di conseguenza raggiungere i massimi livelli di sicurezza e divertimento.

Il programma Essentials Diving Techniques costituisce la base per ogni subacqueo EMDE ed è suddiviso in 2 sezioni.

1.) Sezione Regular Level (recreational diving)
2.) Sezione Technical Level (mixed gas diving)


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STANDARD
Corso Essentials Diving Techniq
ues
Regular Level 

Requisiti minimi di accesso:
a.) Brevetto: Open Water Scuba Diver
b.) Certificato medico sportivo o iperbarico rilasciato entro 12 mesi dall’inizio del corso.

Sessioni in Aula: 4
Numero minimo ore: 10
Esami di teoria: no

Sessioni in Acque Libere: 4

Valutazioni Finali in Acque Libere:
Non antecedenti a 30 giorni dal compimento della 4a sessione in Acque Libere.

                                               _________________

                                                    ARGOMENTI

1) Configuring the scuba
Equipaggiamento minimo richiesto:
1.) Muta
2.) Jacket monosacco monocorrugato senza elastici, 5 D-ring, cinghiaggio sternale assente, sottocavallo
3.) Due erogatori completi e separati con attacco Din, disposizione e lunghezza delle fruste Dir-oriented
4.) Pinne
5.) Spool, con minimo 25 metri di sagola e con moschettone inox doppialuce
6.) Pallone di segnalazione
7.) Wetnotes
8.) Strumenti per la profondità, tempo e pressione in bombola/e
9.) Strumento da taglio
10.) Bussola subacquea
11.) Bombola/e.

2)  Diving technical skills
01.) 100 metri di nuoto no-stop in superficie a corpo libero in qualsiasi stile
02.) 15 metri di nuoto in immersione orizzontale in apnea a corpo libero
03.) Soccorso: somministrazione di ossigeno
04.) Pinneggiamento a rana
05.) Pinneggiamento a rana modificato
06.) Pinneggiamento indietro
07.) Pinneggiamento flutter
08.) Pinneggiamento ruotante “su perno”
09.) Svuotamento maschera in assetto neutro
10.) Variazioni di assetto controllato con i polmoni
11.) Condivisione dell’aria
12.) Lancio del pedagno
13.) Interazioni nel team
14.) Aderenza al piano d’immersione
15.) Gestione e conoscenza della scorta d’aria del team
16.) Postura, trimmatura ed equilibrio idrostatico neutro
17.) Gestione dei problemi.

3) Knowledge and Understanding the Example Philosophy
a.) Leggi Fisiche (review)
b.) Tabelle d’Immersione ad Aria (review)
c.) Risalita e Concetto di tappe fonde
d.) Miscele sintetiche di respirazione
e.) PDD (approfondimenti)
f.) Elementi di Decompressione
g.) DPV diving

h.) Example Philosophy EMDE 

__________________________________________________________________________

STANDARD
Corso Essentials Diving Techniques
Technical Level

Requisiti minimi di accesso:
a.) Brevetto per immersioni tecniche (decompressione con gas decompressivo diverso da quello impiegato per la permanenza sul fondo).
b.) Certificato medico sportivo o iperbarico rilasciato entro 12 mesi dall’inizio del corso.

Sessioni in Aula: 4
Numero minimo ore: 10
Esami di teoria: no

Sessioni in Acque Libere: 4

Valutazioni Finali in Acque Libere:
Non antecedenti a 30 giorni dal compimento della 4a sessione in Acque Libere.

                                       __________________________

                                                  ARGOMENTI

1) Configuring the scuba
Equipaggiamento minimo richiesto:
1.) Muta stagna in trilaminato
2.) Jacket monosacco monocorrugato tutto-dietro con volume max di 25 lt. senza elastici, 5 D-ring, cinghiaggio sternale assente, sottocavallo
3.) Bi-bombola (min. 10+10)
4.) Bombola decompressiva minimo 7 litri
5.) Torcia con testa illuminante e canister batterie separati con impugnatura Goodman
6.) Due erogatori completi e separati con attacco Din, disposizione e lunghezza delle fruste Dir-oriented
7.) Pinne
8.) Spool con almeno 25 metri di sagola e moschettone inox doppialuce
9.) Pallone di segnalazione a circuito chiuso
10.) Wetnotes
11.) Strumenti per la profondità, tempo e pressione in bombole
12.) Strumenti (2) da taglio
13.) Maschera di riserva

2) Diving technical skills
Abilità del programma Regular Level più:
a.) Valve drill
b.) Risalite
c.) Gestione switch-gas con la bombola decompressiva
d.) Gestione della perdita del gas di fondo o decompressiva
e.) Uso della torcia e sue estensioni
f.) Sagolatura di un percorso subacqueo
g.) Gestione e prevenzione delle emergenze

3) Knowledge and Understanding the Example Philosophy
a.) Interazione fisica/fisiologia
b.) Nitrox, limiti PO2, concetto di EAD
c.) Miscele binarie e ternarie standard
d.) La Decompressione Mnemonica
e.) Equivalent Narcosis Depth
f.) DPV diving
g.) Example Philosophy EMDE

Rescue Diver

Rescue Diver: obbligo didattico o necessità morale?

Non tutti i sub frequentano un corso di salvamento in acqua o Rescue Diver, gran parte di essi opta per i corsi di specializzazione, quei corsi che sulla carta offrono scenari di maggiore divertimento e solo nei casi in cui il Corso Rescue è requisito obbligatorio per proseguire la propria formazione subacquea, si nota un incremento del numero dei partecipanti.

Vi è però anche una minoranza di appassionati che senza alcun obbligo didattico decidono di frequentare un corso di salvamento per aumentare la propria sicurezza in acqua, ed è significativo notare come i sub al termine del loro corso di salvamento, manifestino soddisfazione verso tale programma con una enfasi imprevista, sottolineando che il Corso Rescue ha loro “schiusi gli occhi su situazioni importanti e sottovalutate”.

Una “discussione”


Questo articolo nasce da un’aspra discussione sostenuta con alcuni subacquei praticanti delle
immersioni estreme, gente tosta, o almeno ritenuta tale.

Gli appassionati d’immersioni estreme hanno una preparazione superiore a quella dei sub ricreativi, la debbano avere, e alcuni di essi non rifuggono dall’evidenziarlo.

Discutere di subacquea con un praticante di immersioni molto impegnative può diventare problematico se emerge una diversità di opinione, una diversità che conduce a dibattiti più o meno accesi nei quali il livello alto di autostima (talvolta immotivato) sembra essere alimentato da un concetto ricorrente “l’abilità di un sub si misura con i metri della profondità raggiunta”.

I fattori del rapporto livello di abilità individuale/massima profondità sono quindi considerati direttamente proporzionali tra loro e anche se in esso vi può essere una dose di attendibilità, vi sono non rare eccezioni o quantomeno assumerlo come unico indicatore, è benevolmente erroneo.
“Il sub è in gamba, quando sa di non esserlo”; è una frase storica, stampata su di un libro didattico sfortunatamente non più reperibile, ma che verità pesante, antica, attuale e futura in quelle parole.
Purtroppo fare ricorso a quelle magnifiche parole, nella psiche dei superficiali può significare essere giudicato di scarsa valenza tecnica o nella migliore delle ipotesi: eccessivamente cauto ma, stabilire quale sia il confine che intercorre tra un sub “eccessivamente cauto” o  “irresponsabile” è lasciato al lettore, lo scopo di questo articolo non è quello di moraleggiare ma di suggerire spunti di riflessione su aspetti che molto spesso, se non sempre, sono fastidiosi se in conflitto con i propri desideri.

L’eccezione: sublimità delle regole

Una delle regole della comunicazione raccomanda di non impiegare la prima persona.
Rivolgersi ad altri iniziando con “Io vi dico” oppure “Io ho fatto” o ancora “Io sono” indispongono l’ascoltatori (o i lettori) in quanto il relatore si eleva, seppur inconsciamente, al di sopra di essi facendo leva sul proprio status onde rafforzare le proprie opinioni e tamponare le obiezioni.

Tuttavia, un aspetto particolare di ogni regola è che essa lascia aperta la porta all’eccezione, senza farne abuso naturalmente perché altrimenti sarebbe l’eccezione a diventare una regola.

Tutto questo ha lo scopo di chiedere al lettore la tolleranza verso l’eccezione della quale farò uso. In questo articolo mi rivolgo da sub a sub, attingendo all’esperienza accumulata in anni e anni di insegnamento subacqueo, agli errori fatti, a quelli appena commessi, a quelli che mi e vi attendono.

Oltre a questo le convinzioni che possono emergere da questo articolo non debbono essere assorbite come una verità assoluta e questo non tanto per una specie di poco credibile umiltà, ma solo perché ogni giorno l’ambiente subacqueo insegna cose diverse in virtù che ogni immersione è diversa dalla precedente. Il litigio parte seconda Le litigate furibonde fanno sempre audience.

Gli organi di informazioni, i reality show, i talk show, gli stessi forum su internet confermano questa impressione; se poi il tema discusso è un incidente subacqueo, lo share diventa esorbitante.Alcuni anni fa, proprio sul web fu evidenziata con quale maniacale tecnica analitica sono discussi gli incidenti subacquei.

Sono trascorsi anni da allora, ma niente è mutato.
Accade un incidente, dopo qualche giorno di rispettoso ma scalpitante silenzio, esternazioni di cordoglio, auguri di pronta guarigione e di esortazioni al rispetto della privacy, si scatena il processo. L’analisi dell’immersione in oggetto non è inferiore a una TAC, è osservata in ogni minuscolo dettaglio in modo che emerga l’errore e che tacitamente, al “perito” di turno si concedano i meriti di un’evidente sapienza.
E da qui nasce l’audience di cui sopra.
Gli interventi alla discussioni si moltiplicano, il counter s’impenna, i newspaper moltiplicano le vendite; ok, veniamo alla discussione.
 

Una “discussione”

Oggetto della discussione il modo con il quale imbracare le bombole da decompressione, montare il relativo erogatore, come posizionare un moschettone, come impiegare un ritentore elastico.
Tutto qui?


No, l’oggetto della discussione ha una importanza relativa, poteva essere discusso qualsiasi altro argomento, il protagonista della discussione è un concetto che ancora non ha fatto la sua comparsa.

La discussione si è protratta a lungo.
Non è stato risparmiato niente: le fasce di fissaggio, i ritentori elastici, il manometro subacqueo, la posizione del primo stadio sulla decompressiva, i moschettoni.

L’interlocutori, in verità assai competenti, compiono un’ampia panoramica sui pro e i contro. L’esposizione che ne deriva è affascinante ed è piacevole constatare l’alto livello tecnico raggiunto nelle immersioni subacquee, l’attenzione scrupolosa verso ogni dettaglio non può non condurre a un innalzamento della sicurezza.

Ecco quindi delinearsi un panorama imprevedibile e come in una sala universitaria di tecniche autoptiche, sono emerse le problematiche e i pericoli derivanti dall’impiego di una fascetta metallica non “a norma”, dal routing di un moschettone, da quell’elastico sì e quell’elastico no, eccetera eccetera eccetera.
Ecco però sorgere immediate una e più domande, del resto, come non profittare di un’occasione simile chiedendo altre info a chi è chiaramente attento su ogni dettaglio?

Nel primo soccorso, durante una rianimazione quando ritenete necessario l’uso della cannula di Guedel?
E quale è la tecnica migliore per gestire un sub in panico attivo? Come deve essere eseguita una rianimazione cardiopolmonare con somministrazione di ossigeno?

Gli esperti sui moschettoni e sugli elastici non hanno risposto; incalzati sui quesiti hanno ammesso, quasi con sufficienza, che non lo sapevano e che …“Se pensi debbano succedere queste cose, è meglio tu stia casa invece di venire a fare immersioni”.
Non ricordo per quanto tempo sono rimasto in silenzio.

Il valore dei corsi Rescue Divers

Fortunatamente non tutti i divers sono come quelli incontrati, diversamente vi sarebbero motivi di preoccupazione ma, al di là delle tecniche di salvamento e di primo soccorso in mare (utili anche in terra-ferma), il valore delle formazioni di Rescue Divers è il rafforzamento e lo sviluppo della prevenzione, quest’ultima sovente maltrattata con disinvoltura.


Perché è necessario incontrare un problema o assistere a un problema per capirne l’importanza?

E ancora, perché non sono sufficienti testi, insegnamenti, congressi, regole, ad infondere nei subacquei la necessità di una corretta pianificazione, di una reale consapevolezza dei propri limiti?

Perché è necessaria una legge e sanzioni per far capire che la cintura di sicurezza indossata riduce gli infortuni e i decessi negli incidenti automobilistici? Perché?

Durante i corsi Rescue lo studente tocca con mano quali situazioni potrebbe trovarsi a dovere gestire, è messo di fronte ai limiti delle proprie non conoscenze, delle proprie avventatezze e dei drammi che ne possono conseguire.
Durante l’addestramento il futuro rescue diver apprende vari sistemi di primo soccorso, tuttavia esso è inserito in una fiction, dove non ci sono vere vittime.
Questo particolare ha l’effetto di non emozionare sufficientemente lo studente, di non stressarlo psicologicamente perché sa che può permettersi di sbagliare: è tutta una simulazione!

Quando l’emergenza si materializza, quando “non si gioca più” ecco che gran parte di quello appreso si può dissolvere proprio a causa dell’emozione del momento, per cui il rescue diver può fornire benefici ridotti, figuriamoci chi non ha mai fatto un addestramento rescue!

Non esiste salvamento senza prevenzione

Che senso ha essere dei bravi soccorritori, fenomeni nell’esecuzione di un massaggio cardiaco esterno o nel recupero di  una vittima in mare, se poi si creano i presupposti per generare emergenze.
Il subacqueo responsabile non abbassa la guardia di fronte alla prevenzione, non affida la propria incolumità alla propria buona stella e alla propria abilità, anche se indubbiamente alta …

Come accade anche in altre discipline, sportive e professionali, l’apprendista è sempre guardingo e questa cos’altro è se non tipo di prevenzione riflessa?
È quando avviene la trasformazione da apprendista ad esperto che è “abbassata la guardia” e l’incidente si avvicina pericolosamente.
Il pioniere, l’esploratore, il recordman sanno scientemente cosa rischiano, sanno bene che l’incidente è in agguato, che può accadere anche in maniera grave, ma queste pagine non sono rivolte ad essi, sono rivolte all’appassionato subacqueo a quel tipo di sub che dopo l’immersione vuole distendere le gambe sotto a un tavolo imbandito, non su di una barella.
Tutto questo non è terrorismo giornalistico, è senso della realtà di cui occorre scriverne, e sarebbe diseducativo non parlarne.

“La vita è mia e ne faccio quello che voglio”

frase discutibile usata talvolta per giustificare immersioni ad alto rischio o per darsi un atteggiamento, una frase che ogni tanto echeggia anche tra i subacquei sportivi.
Non desideriamo addentrarci in tematiche di psicoanalisi, non ne abbiamo facoltà, ma una riflessione la possiamo fare, anzi, è doveroso.
La propria vita ognuno può giocarsela come crede, ma se è solo, se non ha nessuno a casa che lo aspetta, se non ha nessuno a cui recherà dolore e problemi, se non ha doveri verso il prossimo.
Quale reazione è ipotizzabile se a dire quella frase fosse il proprio fratello, moglie, figlio?

Pianifica la tua immersione, immergiti secondo la pianificazione

La non-pianificazione è uno degli errori più comuni.
Una vera pianificazione è la stesura di un protocollo dove sono stabilite le procedure di ogni singola fase dell’immersione e di tutto ciò che la precede.

Molti sub intendono come pianificazione stabilire tempo e profondità, a volte un percorso, tralasciando tutto il resto che è molto.
Il punto di entrata e di uscita dall’acqua può essere già un punto di analisi, sub che entrano ignorando una forte risacca non sono rarità, così come non sono rarità cadute, dolorose per gli appassionati, rovinose per le attrezzature.

Il controllo dell’attrezzatura pre-immersione è spesso ignorato perché fa perdere tempo ed è importante solo per i principianti e se qualche volta accade di iniziare l’immersione con le bombole aperte male o quasi chiuse, se la fibbia della zavorra è poco fissata, se la frusta del secondo erogatore è impigliata sotto a un cinghiaggio, se la frusta del jacket o della stagna non sono connesse, poco importa, “la prossima volta saremo più attenti”.

La scelta del compagno riveste la stessa importanza, se non di più, che è rivolta agli erogatori, al computer, strumenti ad altissima considerazione.Immergersi con un compagno che non è cosciente di non essere da solo, che ha quindi dei doveri verso il proprio buddy è un pessimo compagno, oltretutto scioccamente pericoloso.

Il compagno d’immersione può rappresentare la massima risorsa per la risoluzione di un problema, esso deve essere considerato come una parte irrinunciabile della propria attrezzatura.
Occorre pertanto un compagno idoneo, che rispetta il sistema di coppia, che conosca cosa fare nei casi di emergenza, che non travalichi i limiti operativi propri e dell’altro, che rispetti e faccia rispettare le regole.

“Date una definizione di Propri Limiti Operativi”

è una domanda che adoro, la pongo spesso agli studenti.
Quasi sempre le risposte si articolano sulla massima profondità, sul livello di lucidità, sul tipo di immersione, sull’esperienza.

I limiti operativi sono un mixing delle risposte precedenti, con qualche estensione.
Per stabilire con più esattezza il concetto di Limiti Operativi si può fare ricorso ad un esempio, ad un semplice esercizio presente nei corsi per principianti: il togliersi, rimettersi e svuotare la maschera.
Si tratta di un esercizio di modesta difficoltà, più di natura psicologica che pratica, infatti dopo poche ore di esercitazione tutti i subacquei sono capaci di eseguirlo con naturalezza e rapidità …in pochi metri di acqua.

Già, perché se lo stesso esercizio è richiesto a profondità più interessanti ecco che diventa più complicato o addirittura avviene il rifiuto dell’esecuzione.
Da questo esempio si può assumere che il sub, pur avendo familiarità in immersioni profonde ma che in tali contesti ha difficoltà ad eseguire un esercizio come quello descritto, non deve ritenere che i suoi limiti operativi siano quelli della massima profondità raggiunta.

La definizione dei propri limiti operativi dovrebbe focalizzarsi nell’abilità di gestire correttamente, e per correttamente si intende con rapidità, lucidità e ottimizzazione delle azioni, una situazione di emergenza in un dato ambiente subacqueo.
Se non vi sono questi presupposti, la gestione ottimale di un’emergenza che può variare dal semplice svuotamento maschera al soccorso a un altro subacqueo, i propri limiti operativi vanno rivisti.

Il panico

Il panico è uno dei problemi che ha maggiori possibilità di accadere rispetto a una rianimazione in acqua.
Il panico può essere generato da vari fattori e può avvenire anche in situazioni ambientali ottimali.
Gestito scorrettamente il panico può diffondere l’emergenza dalla vittima al soccorritore, anche con eventi finali importanti eppure, gestire il panico non è difficile, occorre solo sapere cosa fare ed allenarsi a farlo.
Il panico può essere di tipo attivo o passivo, può passare da uno all’altro in modo imprevisto, avere ricadute anche quando tutto può sembrare risolto, per cui occorre conoscere le tecniche da applicare in modo fulmineo e perfetto: nelle emergenze non c’è spazio per l’improvvisazione. 

Recupero di un sub asfittico sul fondo Tema scottante.

Molti sub e medici hanno opinioni diverse sui metodi di recupero di una vittima dal fondo e su come eseguire una ventilazione in acqua. Questo articolo non ha lo scopo di insegnare il salvamento; per fare quello occorrono istruttori abilitati all’insegnamento, per cui il lettore non deve improvvisarsi autodidatta perché lo ha “letto su sul sito Emde”.

Come scritto in precedenza lo scopo di questo articolo è la sensibilizzazione verso la necessità, indiscutibile, di frequentare uno o più corsi di salvamento in acqua.

Recuperare un sub inanimato dal fondo significa quasi sempre recuperare un morto.
Tuttavia è dovere di ogni singolo adoperarsi affinché la seppur flebile fiammella di vita ancora presente non si spenga, anche quando può sembrare non vi siano più speranze.
Durante l’approccio a una vittima sul fondo è importante eseguire una fotografia mentale della posizione dell’infortunato, ciò può avere grande rilevanza da parte dei futuri inquirenti.

La presa della vittima con il suo trasporto in superficie è indicata in vari manuali e protocolli sanitari, tuttavia vi sono alcune divergenze.
La presa classica consiste nell’afferrare la vittima facendo passare il proprio braccio sotto a un cinghiaggio (solitamente lo spallaccio o lo sternale al fine di aumentare il grip con l’infortunato) mettere la mano dello stesso braccio sul secondo stadio della vittima (se lo ha ancora in bocca) e mantenendo la posizione della testa dell’infortunato eretta in modo naturale, iniziare la risalita.
Un altro metodo suggerisce di agire da dietro la vittima, anche se in questo caso è difficile far passare il braccio sotto al cinghiaggio.


A questo punto le divergenze sono già nate.
Una scuola di pensiero suggerisce infatti di afferrare la vittima …per i piedi.

I motivi sono indicati che in tale posizione la vittima ha la cavità orale “beante” con nessuna possibilità che la lingua cada indietro facendo parziale ostruzione per cui non ostacola la fuoriuscita dell’aria durante la risalita e nel contempo è impedita l’irruzione di acqua nei polmoni con probabile annegamento; tuttavia tale procedura è inattuabile e pericolosa con vittime dotate di muta stagna. In tutti i metodi sopra esposti il rescue diver ha il compito non indifferente di gestire la risalita e la sua velocità.

Se vi è necessità di gonfiare il jacket, può essere utilizzato quello della vittima solo sul fondo per rendere la vittima quasi neutra, diversamente è opportuno sia gonfiato il jacket del rescue diver; occorre ricordare che durante la risalita l’aria contenuta in entrambi i jacket si dilaterà facendo aumentare il galleggiamento e la velocità di risalita.

Se la vittima è troppo negativa, nel malaugurato caso in cui è perso il contatto, essa scivolerà nuovamente verso il fondo, se è troppo positiva ed anche in questo caso è perso il contatto si assisterà a una “pallonata” che può avere eventi catastrofici.In ogni caso occorre l’addestramento e l’allenamento, perché un corso rescue che ha termine il giorno degli esami senza più essere rinfrescato è destinato ad avere scarsa utilità. 

La ventilazione artificiale in superficie

La ventilazione artificiale in acqua con il metodo bocca-a-bocca non serve a niente, sono solo “teatrini” fine a se stessi, di nessuna utilità pratica.
Questo giudizio così duro si basa su alcuni dati di fatto.
Uno di essi è che la ventilazione bocca-a-bocca deve innanzitutto essere fatta in modo perfetto, sigillando perfettamente la bocca e il naso, quindi eseguire le insufflazioni senza far affondare il viso della vittima sott’acqua, e non è semplice.
Oltre a questo una cosa è fare un’esercitazione del genere in uno specchio di acqua tranquillo, come quello di una piscina e una cosa è farlo in acque libere dove vi possono essere onde che complicano non poco il tutto.

Di grande efficacia è la Pocket-Mask.
Essendo oro-nasale, la Pocket-Mask ha il grande vantaggio di poter sigillare perfettamente sia la bocca che il naso, permettendo così la massima introduzione di aria nelle vie aeree della vittima.
Questa maschera possiede un beccuccio dotato di filtro attraverso il quale il soccorritore insuffla aria nei polmoni della vittima senza entrare a contatto con gli umori della vittima stessa.Oltre a questo, la Pocket Mask è dotata di una piccola valvola che, se collegata a una bombola di ossigeno, consente la possibilità di ventilare la vittima (a terra) con aria arricchita di ossigeno.
Tuttavia, per usare la Pocket-Mask occorre averla a disposizione e per fare questo o si reca la pocket mask dentro a una tasca del jacket o si lascia sulla barca o a riva, che possono essere anche distanti.
Purtroppo portare la Pocket-Mask in immersione significa rovinare la cellula di aria atta a farla aderire al viso della vittima in quanto si genera un effetto ventosa (all’interno del cuscino di aria della maschera) che permane stabilmente.
Questo è almeno quanto è accaduto con numerose Pocket-Mask, e al momento non sappiamo se i nuovi modelli sono esenti da questa caratteristica.

Vi è poi il sistema bocca-snorkel.
Il sistema prevede di utilizzare lo snorkel quale condotto nel quale insufflare aria da inviare ai polmoni della vittima.
Naturalmente occorre uno snorkel privo della valvola automatica di spurgo.
Questo sistema può avere efficacia sigillando perfettamente lo snorkel in bocca alla vittima e può essere preso in considerazione nei casi di moto ondoso formato e assenza della Pocket-Mask.
 La somministrazione di Ossigeno normobarico.

Quindici anni fa

il DAN iniziò la formazione di subacquei e istruttori addestrati alla somministrazione di ossigeno, insegnando le tecniche pratiche e le motivazioni teoriche per le quali l’ossigeno è considerato Trattamento Elettivo nei casi di patologie da decompressione, semi-annegamento, intossicazione da aria inquinata, embolia gassosa traumatica.
Riduzione delle bolle, riduzione dell’edema, ottimizzazione della desaturazione da inerte, e soprattutto riduzione dello stato ipossico, sono i punti principali per i quali l’ossigeno riveste una priorità assoluta per gli incidenti elencati.

Ancora una volta però, si entra in conflitto con quella fascia di appassionati che ritiene di poter somministrare ossigeno solo in virtù di possedere una bombola e un erogatore per ossigeno.
La somministrazione di ossigeno deve avvenire in rispetto di alcune precise regole dettate dalla particolare reattività dell’ossigeno quale comburente.
Oltre a questo la somministrazione di ossigeno può essere necessaria non solo a un sub cosciente ma anche a un sub incosciente per cui disporre di un normale erogatore subacqueo seppur trattato per l’ossigeno può essere di dubbia efficacia, non a caso è stata progettata e commercializzata l’erogatore Tru-Fit.
La stessa rianimazione cardio-polmonare può avere un aumento delle probabilità di successo se la ventilazione artificiale è arricchita di ossigeno, ma per fare questo occorrono unità ossigeno apposite e disponibili da …15 anni. 

Le esercitazioni dei corsi di salvamento subacqueo

In queste pagine non è possibile stilare un elenco completo delle esercitazioni previste durante un corso Rescue Diver, si può fare però una panoramica generale su alcune di esse.
Oltre a quelle descritte, le abilità insegnate si articolano sulla ricerca del sub disperso, sull’affanno subacqueo, sulle problematiche dell’attrezzatura, sull’autosalvamento, l’ipotermia, lo stress fisico e psicologico, il trasporto di una vittima, la narcosi da azoto, le ferite da vita acquatica, il colpo di calore, l’emorragie, l’aggrovigliamento, il vomito in immersione, l’ostruzione delle vie aeree, le lesioni dorsali, la gestione totale di un’emergenza ed altro ancora.

Il corretto apprendimento delle abilità indicate giustifica il motivo per il quale il corso di salvamento subacqueo non può essere insegnato sin dal livello principianti, in quanto il programma Rescue Diver richiede acquaticità e familiarizzazione con le immersioni scuba, due obiettivi che raggiungibili con numerose immersioni d’esperienza.

Tipologia delle emergenze

Il sub che si iscrive a un corso Rescue non deve pensare di apprendere tutte le tecniche di salvamento, perché ogni emergenza è diversa dalle altre.
È sufficiente modificare un dettaglio di un’emergenza (distanza dalla vittima, profondità, stato del mare, scorta di aria, equipaggiamento di supporto, subacquei di supporto, morfologia della vittima, stato della vittima, distanza da terra o dalla barca, luogo dell’incidente, assistenza medica disponibile), per disegnare uno scenario diverso, per cui il rescue diver deve sviluppare una flessibilità mentale che lo orienta rapidamente alle procedure da applicare.

Non è possibile, e non è nemmeno formativo, stilare un elenco interminabile di emergenze con la soluzione affiancata come un qualsiasi problema aritmetico.
Oltre a questo è necessario allenarsi periodicamente a quanto appreso in modo da minimizzare l’oblio delle conoscenze che si concretizza quando non sono rinfrescate.
Il corso Rescue Diver insegna molto, moltissimo, come ad esempio che la fortuna non fa parte della propria attrezzatura ne si acquista, ma va saputa meritare con la prevenzione, e non con un …moschettone, anche se d’acciaio inox.