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il “Best Diver” usa “Best Mix”

web lampada hidLa continua diffusione dell’immersione profonda con decompressione, e le annesse diversità didattiche, pone importanti interrogativi riguardo al concetto di sicurezza dei gas respirati in profondità.

Diversamente dal settore ricreativo, quello delle immersioni tecniche è decisamente più eterogeneo riguardo alle metodiche e all’attrezzature da impiegare.

Il primo effetto di queste diversità è la nascita di diffidenze in tutti quei subacquei che non hanno le conoscenze necessarie per fare distinzioni, pertanto sorgono spontanee perplessità o convinzioni che l’immersione profonda non sia ancora ben conosciuta, e quindi non sicura.

Il secondo effetto ha origini meno scientifiche e più …affettive.

 

Il riferimento è a coloro che iniziano il loro percorso di formazione per immersione profonda in base alla stima, all’amicizia o per semplice fidelizzazione a un dato istruttore, a una scuola o a un dato sistema, presuppongono inconsciamente che non esistono metodi migliori e più sicuri di quello a loro proposto.

 

Aprendo i manuali delle numerose didattiche ricreative si può assumere, tranne rare eccezioni, che i sistemi e gli esercizi non si differenziano tra loro in modo sostanziale.
Le stesse tabelle di immersione ufficiali pur generate da algoritmi diversi hanno una convergenza di dati che divengono quasi speculari nelle immersioni oltre i venti metri di profondità con differenze irrilevanti.
Si potrebbe quindi sostenere con alte percentuali di esattezza, che nel settore ricreativo le tecniche di immersione sono convergenti.
Nei manuali delle didattiche tecniche vi sono invece metodi con differenze più significative, alcune delle quali non possono non impressionare chi vi si approccia per la prima volta e da qui emergono, logicamente, le perplessità e le diffidenze alle quali si è fatto riferimento poc’anzi.
Queste differenze non si limitano solamente alla codificazione degli equipaggiamenti da utilizzare (altra diversità dal settore ricreativo) ma anche e soprattutto alla scelta di ciò che deve essere respirato (aria? nitrox? trimix?) e con quale metodo debba essere eseguita la relativa decompressione.

 

Decompressione si, decompressione no

 

«Non conosco subacquei che si siano limitati a scendere solo a quote molto modeste».
È una frase presente nella premessa di un libro sull’immersione profonda edito nel 1980. Anche se generalizza un comportamento, quella frase indica una verità che era attuale negli anni ’80 ma che lo è ancor di più venti anni dopo.

Lo è di più perché oggi sono disponibili attrezzature più affidabili, e le conoscenze sull’immersione profonda sono aumentate in modo vertiginoso.

L’avvento di Internet con i suoi numerosi link e siti dedicati alle immersioni con decompressione, offre molti spunti di riflessione anche se nello stesso tempo, rappresenta un pericoloso labirinto informatico in quanto possono essere alimentati opinabili sistemi autodidattici.

La comparsa delle didattiche tecniche ha demolito concetti, e in alcuni casi veri e propri miti, avversi all’immersione profonda con decompressione.

L’avversità alle immersioni con decompressione è stata enfatizzata per molti anni dalle stesse didattiche ricreative, salvo poi tornare sulle proprie decisioni probabilmente proprio in virtù dello sviluppo delle conoscenze.

Nonostante il dissenso filosofico, deontologico o altro verso le immersioni profonde, quest’ultime sono state sempre eseguite adottando criteri e metodi che potevano essere condivisi venti anni fa, ma non oggi.

Prendendo atto che le immersioni profonde con decompressione sono state fatte, sono fatte e saranno fatte, è di fatto moralmente obbligatorio per il subacqueo attento alla sicurezza, compiere aggiornamenti, sviluppare conoscenze e se necessario, mutare abitudini, ma è quest’ultimo aspetto il maggior freno all’evoluzione, vediamone alcuni aspetti.

«Mi sono immerso sempre così senza avere problemi, perché dovrei cambiare abitudini?»

Questa frase non è prelevata da un libro sull’immersione profonda, non è nemmeno stata raccolta da qualche autorevole relazione.
Essa appartiene al modo di pensare di una tipologia di subacqueo tuttora presente, e che periodicamente risuona nelle discussioni.
Se si desidera non mentire a se stessi, quella frase non è altro che la celebrazione della pigrizia mentale, connessa in modo stabile alla presunzione, quest’ultima titanico problema con il quale spesso debbono confrontarsi gli istruttori e le guide subacquee.

Se si accetta l’ipotesi che le immersioni con decompressione abbiano avuto forti sviluppi negli ultimi anni, è intuitivo considerare che tali sviluppi materializzano modifiche più o meno rilevanti nelle tecniche di immersione, e allora perché restare ancorati a sistemi e attrezzature precari?

Affermare di essersi sempre immersi in un dato modo «senza avere problemi», non significa automaticamente che quel sistema non necessita migliorie; molti subacquei si sono immersi per anni senza gav e senza computer «senza avere problemi».

 

Il best-diver e la best-mix

 

È naturale che ad ogni diver sia gradito essere considerato un bravo subacqueo o qualcosa di più: un best-diver.
Per essere un best-diver però, non è sufficiente disporre di un’ottima attrezzatura, di un’evidente acquaticità, d’esperienza ed aver frequentato corsi di formazione.
Per essere un buon subacqueo è richiesta un ulteriore caratteristica: respirare le best-mix, ma cosa significa best-mix?

Per Best-Mix deve intendersi una data miscela respiratoria i cui gas componenti non superano precisi limiti di pressioni parziali alla massima profondità programmata.
In altre parole, la best-mix è una miscela respiratoria le cui percentuali dei gas che la compongono, sono stabilite dal subacqueo in fase di pianificazione.

Le percentuali stabilite rispetteranno precisi valori di pressione parziale dell’ossigeno e dell’azoto sul fondo e dell’elio se è il caso.

Tutto ciò significa gestire le miscele e non essere gestite da loro.
Il concetto base si racchiude in una semplice domanda che deve porsi l’aspirante best-diver: «Quale è la migliore miscela da respirare per l’immersione che voglio fare
Se il subacqueo si pone questa domanda si renderà presto conto che l’aria diventa il peggiore gas da respirare in assoluto, che il nitrox ha forti limiti di profondità operativa, che per fare immersioni profonde occorre il trimix ma c’è un piccolo problema: per rispondere con esattezza a questa domanda occorre un bagaglio di conoscenze rilevante.

A questo punto nasce la ovvia domanda di come ottenere le conoscenze «giuste» in modo da poter disporre di un bagaglio tecnico rilevante.

Per giungere alle conoscenze giuste occorre studiare anche ciò che si ritiene errato, chiedersi quali siano i motivi per i quali si sostengono teorie contrarie alle proprie convinzioni, occorre liberarsi dai preconcetti ma soprattutto, occorre mettere in discussione ciò che si ritiene corretto al momento presente perché potrebbe non esserlo più il giorno dopo.

Nel caso delle immersioni subacquee lo sforzo di giungere a conclusioni certe è reso maggiormente complicato dall’innumerevoli variabili fisiologiche individuali, che mal si adattano ai calcoli generati dagli algoritmi decompressivi.

Nonostante l’asincronia tra fisiologia e matematica, molti aspetti dell’immersione subacquea sono ben conosciuti tra i quali vi sono le proprietà tossiche dell’ossigeno e dell’azoto respirati in iperbaria.

 

Ossigeno e Azoto, amici o nemici?

 

L’immersione subacquea presenta alcuni rischi, l’immersione subacquea profonda ne presenta di più, questo lo sanno tutti.

I rischi maggiori non sono determinati dalle abilità tecniche del subacqueo.
Per imparare a immergersi esistono i corsi e gli esercizi, i rischi maggiori sono quelli che non si osservano materialmente con gli occhi perché si muovono all’interno del proprio corpo, e cioè i gas con i loro effetti chimico/fisici direttamente proporzionali alla pressione ambiente e al tempo di permanenza.

Tuttavia, come sopradescritto, le proprietà tossiche dei principali gas respirati nelle immersioni (ossigeno e azoto), sono ben conosciute e questo è molto importante per l’aspirante best-diver.

Per stabilire la migliore miscela per la propria immersione occorre avere bene in mente i significati di pressione parziale e di Narcosi Equivalente ad Aria (END = equivalent narcosis depth).

(A sx: analisi di una miscela trimix con il 15.8% di ossigeno e il 55.5% di elio)

 

Prima di parlare di tutto ciò occorre fare alcune considerazioni.
L’ossigeno è un gas vitale.
Senza ossigeno l’uomo non potrebbe vivere.

Tuttavia l’ossigeno se respirato a pressioni elevate diventa tossico e può condurre a noti incidenti, per cui diventa importante stabilire precisi limiti della pressione massima dell’ossigeno da poter respirare.

Il nitrox usato nelle immersioni ricreative e tecniche è una miscela dove la percentuale dell’ossigeno è ben superiore al 21% presente nell’aria.
Aumentando la percentuale dell’ossigeno diminuisce proporzionalmente quella dell’azoto e considerando che è l’azoto il gas che determina i limiti di non decompressione di ogni tabella d’immersione e computer subacqueo, diventa facile capire il grande vantaggio del nitrox, ma facciamo un passo indietro e torniamo alla tossicità dell’ossigeno.

Via via che aumenta la percentuale dell’ossigeno nella miscela nitrox, parallelamente aumenta la forza (pressione parziale) del gas e il subacqueo deve calcolarne i limiti in atmosfere assolute che respirerà alla massima profondità.

Per saperlo basta moltiplicare la percentuale del gas per la pressione assoluta; esempio: la pressione parziale dell’ossigeno presente a 30 metri respirando nitrox con il 32% di ossigeno sarà  1,28 ata  (0.32 x 4 = 1,28).
A questo punto diventa importante stabilire quale sia il limite massimo di pressione parziale dell’ossigeno in modo da evitare gli effetti tossici ad esso collegati, ma quali sono e cosa fanno gli effetti tossici dell’ossigeno?

 

La tossicità bivalente dell’Ossigeno

 

Le respirazione di miscele con alte frazioni di ossigeno può portare a due differenti forme di intossicazione: l’intossicazione al sistema nervoso centrale e l’intossicazione polmonare ambedue note come Sindrome di Paul Bert e Sindrome di Lorrain-Smith.
Per molti anni le immersioni nitrox hanno avuto nella NOAA il punto di riferimento principale.
I limiti NOAA prevedono immersioni nitrox fino a una pressione parziale dell’ossigeno di 1,6 bar, ma nel tempo molte didattiche ricreative e tecniche hanno abbassato tale valore a 1,4 bar.
La riduzione della massima pressione parziale dell’ossigeno da 1,6 bar a 1,4 bar è dovuta essenzialmente dall’obiettivo di limitare il grado di tossicità al sistema nervoso centrale.

La tossicità del sistema nervoso centrale (Central Nervous Syndrome o CNS%O2) o sindrome di Paul Bert descrive i segni/sintomi di questa particolare forma di tossicità che trova nelle convulsioni il suo massimo stadio di gravità.
La sindrome di Paul Bert è determinata dal tempo al quale permane il diver a una, solitamente elevata, pressione parziale dell’ossigeno.

Proprio per questo motivo, nonostante i limiti NOAA siano affidabili, le didattiche ufficiali hanno ulteriormente ridotto tali limiti portando la sicurezza delle immersioni nitrox ad alti livelli di affidabilità.

In ogni caso è opportuno precisare che il valore di 1,6 bar della PO2 (pressione parziale ossigeno) è rimasto immutato nelle miscele usate per eseguire decompressioni e non immersioni tradizionali.

In un primo momento si può dedurre che riducendo la percentuale dell’azoto si riduce conseguentemente il potere narcotico di questo gas e in parte è vero.
Alcuni studi e teorie però, sostengono l’azione sinergica dell’azoto con l’ossigeno riferita agli effetti narcotici, l
’azoto è quindi un gas «scomodo» per l’immersione: crea problemi per i tempi di permanenza e crea problemi di narcosi.

Nonostante queste caratteristiche indubbiamente negative dell’azoto, occorre precisare che questo gas è importante per la sopravvivenza umana in quanto non sarebbe possibile vivere respirando solo ossigeno perché l’ossigeno puro determinerebbe nel tempo patologie al territorio polmonare quali l’ispessimento della membrana alveolare, danni al surfactante, fibrosi, fenomeni atelectasici.

Queste problematiche sono prevenute attraverso un sistema di valutazione/prevenzione chiamato OTU (Oxygen Tolerance Unit) che permette al subacqueo di pianificare in sicurezza le proprie immersioni.

Al fine di non diffondere falsi allarmi è doveroso precisare che per raggiungere livelli OTU di attenzione, occorrono fare immersioni che nello stesso ambiente tecnico subacqueo sono definite molto impegnative o estreme.

 

La Narcosi da Azoto

 

Molti incidenti subacquei, anche mortali, sono causati dalla narcosi da azoto.
Purtroppo la narcosi ha una caratteristica speciale, quella di lasciare gli effetti drammatici della sua azione, ma non le tracce che portano alla sua identificazione.La narcosi ha le qualità per essere un perfetto serial-killer in quanto colpisce senza lasciare mai le proprie «impronte digitali».

Pallonate da profondità che generano sovradistensioni polmonari o embolie, esaurimento dell’aria sul fondo, comportamenti tecnici inammissibili e annegamenti, spesso sono solo la risultante di questo particolare incidente.

La Narcosi da Azoto è giustamente descritta come una specie di ebbrezza alcoolica, un’alterazione delle proprie facoltà mentali che conduce a comportamenti irrazionali senza esserne consapevole.

Come in ogni fenomeno di ebbrezza, la vittima non ha la lucidità sufficiente per capacitarsi del proprio stato nello stesso modo in cui l’ubriaco non capisce come mai non riesce a infilare una chiave nella serratura della porta di casa.

La differenza sostanziale tra un ubriaco e un sub in narcosi è che l’ubriaco può anche addormentarsi davanti alla propria porta di casa, il sub invece, se si addormenta non si risveglia.

 

Una leggenda metropolitana

 

Tuttoggi vi sono subacquei che ritengono di poter gestire la narcosi da azoto allo stesso modo in cui chi ha «alzato troppo il gomito» è convinto di poter guidare la propria auto in sicurezza.
La narcosi non si gestisce affatto, questo deve essere ben chiaro, e se non appena avvertiti i primi segnali non si risale immediatamente a quote nettamente inferiori, le possibilità di un grave incidente sono elevate, per cui, se si vuole parlare di sicurezza, vera, reale, e non pittoresca, occorre prendere atto che la narcosi è bene che non ci sia.

La capacità di saper gestire la narcosi da azoto fa parte di una delle molteplici e variopinte leggende metropolitane, più preoccupanti da ascoltare.
Purtroppo la convinzione di saper gestire la narcosi da azoto non alberga solo nella mente dei subacquei sportivi, ma anche in quella di alcuni istruttori e metodi didattici, onde per cui il problema non solo non è risolto, bensì alimentato.

La narcosi non si manifesta con un segnale dal proprio computer, da una lampadina che si accende o da una lancetta troppo bassa; la narcosi non si monitorizza, viene e basta.

Fortunatamente la narcosi da azoto si manifesta per gradi, non in modo violento e inaspettato, per cui il sub può avere alcuni segnali premonitori che indicano l’avvicinarsi di questo problema e iniziare subito la risalita; la difficoltà consiste nel saper decifrare questi segni premonitori, nel «sapersi ascoltare» dote che matura con l’esperienza, ma perché convivere o «allenarsi» con la narcosi quando la si può evitare?

Quante vittime da narcosi occorrono ancora per convincersi che la narcosi deve essere evitata con un’adeguata prevenzione?

A questo punto si potrebbe affermare che il nitrox può essere un mezzo per scendere in profondità in quanto riducendo l’azoto si riduce proporzionalmente la narcosi.
Non è esatto perché in profondità bisogna fare i conti con la PO2 (tossicità dell’ossigeno) e l’anidride carbonica per cui se si vuole ridurre in modo consistente l’azoto di contro si innalzerà pericolosamente proprio la percentuale dell’ossigeno e automaticamente la sua pressione parziale.
Divertiamoci a fare qualche esempio con vari tipi di nitrox.

 

Nitrox a confronto

 

Per conoscere la massima profondità che si può raggiungere con una data miscela nitrox basta applicare la legge di Dalton rappresentata qui di fianco e cioè si moltiplica la frazione del gas (in questo caso l’ossigeno) per la pressione totale o ambiente.
Per il nostro confronto useremo i limiti di PO2 1,4 e 1,6 bar e tre miscele nitrox campione: Nitrox27, Nitrox30, Nitrox32.

Massima profondità raggiungibile con 1,4 bar di PO2
Il Nitrox27 ha una massima profondità operativa di 41 metri.  (1,4 : 0,27 = 5,185 ata)
Il Nitrox30 ha una massima profondità operativa di 36 metri.  (1,4 : 0,30 = 4,666 ata)
Il Nitrox32 ha una massima profondità operativa di 33 metri.  (1,4 : 0,32 = 4,375 ata)

Massima profondità raggiungibile con 1,6 bar di PO2
Il Nitrox27 ha una massima profondità operativa di 49 metri.  (1,6 : 0,27 = 5,925 ata)
Il Nitrox30 ha una massima profondità operativa di 43 metri.  (1,6 : 0,30 = 5,333 ata)
Il Nitrox32 ha una massima profondità operativa di 40 metri.  (1,6 : 0,32 = 5,000 ata)

Come si può notare per superare di alcuni metri i normali limiti delle immersioni ricreative ad aria stabiliti a 40 metri, occorre esporsi a una maggiore PO2 e in termini di riduzione di narcosi i vantaggi sono mediocramente significativi come dimostra l’applicazione della formula EAD in ata (equivalent air depth) che recita: pressione parziale dell’azoto diviso 0,79.

Nel caso del Nitrox27 la pressione parziale dell’azoto a 49 metri è  4.307 bar, diviso per 0.79 = 5,451 ata pari a 44 metri.
Per cui il sub con Nitrox27 a 49 metri il sub si esporrebbe a una PO2 di 1,6 ata e a una narcosi equivalente ad aria di 44 metri.

Pensiamo sia chiaro quindi che il Nitrox non è una best-mix per fare immersioni profonde, mentre diventa una miscela magnifica, una vera best-mix per immersioni da 1 fino a un massimo di 30/35 metri.
Ma cosa c’è di meglio del nitrox e dell’aria per fare immersioni profonde?

 

Immersione profonda: regno del Trimix

 

Entriamo adesso nel regno delle miscele trimix e dell’immersione profonda, ma prima di farlo precisiamo cosa è e quando si usa il trimix.
Il trimix per le immersioni subacquee è una miscela sintetica di respirazione (come del  resto lo è  il nitrox) composta da tre gas: ossigeno, azoto ed elio.
Il trimix è impiegato nelle immersioni profonde e/o di rilevante permanenza sul fondo in modo da non subire alcun effetto della narcosi da azoto e quindi prevenire il più grande pericolo della deep-diving.

Nell’immersione profonda non esiste spazio per l’aria.
L’aria può condurre alla narcosi da azoto in poco tempo e lo stesso azoto è un gas che durante le fasi di decompressione l’organismo tollera meno agevolmente rispetto all’elio.
Per cui, una volta accertata la pericolosità della narcosi da azoto, l’unico modo per ridurla in modo significativo è detrarre importanti quantità di azoto dalla miscela che sarà respirata in profondità, sostituendole con un altro gas dal potere narcotico quasi nullo: l’elio appunto.

Ecco quindi nascere il trimix: ossigeno, azoto + elio.
Con il trimix il sub deve gestire le proprietà di tre gas, per cui diventa indispensabile un addestramento graduale.
Un addestramento graduale consente però di immergersi con consapevolezza di quello che si sta facendo e di stabilire con cognizione di causa quante «dosi» di elio, di ossigeno e di azoto inserire nel proprio trimix.
Con il trimix il subacqueo può decidere in anticipo quale sarà il livello di narcosi generato dalla sua miscela trimix alla massima profondità e anche la massima PO2 per controllare la tossicità dell’ossigeno.

Un altro esempio.

Un sub decide di immergersi a 70 metri ed avere un livello di narcosi uguale a quello che avrebbe respirando aria a soli 20 metri, oltre a questo il sub desidera respirare sul fondo una miscela la cui PO2 non superi 1,2 bar, quali saranno le percentuali dei gas della sua miscela trimix?
Anche in questo caso si ricorre a Dalton.

A 20 metri respirando aria la pressione parziale dell’azoto (PN2) è 2,37 ata e questa sarà la PN2 dell’azoto nel trimix a 70 metri.
A 70 metri ci sono 8 ata di pressione per cui per conoscere la percentuale dell’azoto nel trimix occorre eseguire 2,37 : 8 = 0,296 (FN2)

Passiamo adesso all’ossigeno.
Il sub ha fissato il limite della PO2 a 1,2 bar e deve pertanto determinare la frazione dell’ossigeno del suo trimix che a 70 metri non superi 1,2 bar di pressione parziale.
Per conoscere la frazione o percentuale dell’ossigeno del trimix in oggetto si ricorre nuovamente a Dalton:F= Pp : Ptot che applicando all’ossigeno fa 1,2 : 8 = 0,15 (FO2 ).

A questo punto il giuoco è fatto perché il subacqueo conosce le frazioni dell’azoto e dell’ossigeno, quella dell’elio sarà data per differenza, vediamo come.
La frazione dell’azoto è 0,296 (si arrotonda a 0,30), la frazione dell’ossigeno è 0,15 per cui sommando le due frazioni (0,30 + 0,15 = 0,45) rimane da conoscere quella dell’elio che sarà data da 1 – 0,45 = 0,55.Il trimix (best-mix) per l’immersione pianificata dal sub sarà un 15/30/55 (15% di ossigeno,30% di azoto, 55% di elio). Sembra difficile? Si, come ogni cosa che non si conosce.

 

Toccata e fuga

 

Con un po’ di malizia, cominciamo adesso a frugare nei cassetti nascosti di una specifica fascia di subacquei profondisti: le immersioni ping-pong o a rimbalzo.
Queste immersioni sono quelle dove il sub permane alla massima profondità per pochi, esigui minuti o ancor meno, sufficienti tuttavia a far memorizzare sul proprio computer la massima profondità raggiunta.

L’obiettivo di queste immersioni è principalmente quello di poter dimostrare a se stesso, ma soprattutto agli altri, di essersi immerso a profondità ragguardevoli onde per cui di essere un sub di quelli «veri», meritevole di rispetto.

Occorre precisare che pur non approvando questo sistema di autocelebrazione, lo preferiamo a quello dove il sub realizza tempi di fondo maggiori usando l’aria quale gas respiratorio in quanto in quest’ultimo caso, il rischio dell’incidente è nettamente più alto di quello delle immersioni a rimbalzo.
Per i motivi sopradescritti, le immersioni profonde definibili come una semplice toccata e fuga dalla profondità sono molto praticate, anche se difficilmente ammesse.

Ai sub che amano vantarsi di immersioni «di quelle vere» occorrerebbe chiedere di poter visionare il grafico dell’immersione scaricabile dal computer subacqueo e siamo certi che avremmo piccole sorprese e/o grandi delusioni o più probabilmente, non sarebbe mostrato.

L’aria profonda o la deep-air diving è stata una pratica usata per molti anni, ma le conoscenze attuali indicano che tale disciplina non è la più sicura.
Il trimix consente tempi di permanenza sul fondo con il subacqueo in condizioni mentali di elevata lucidità, inavvicinabili con l’aria o con il nitrox.

Pensiamo per un attimo a un’emergenza in profondità: quali possono essere le reazioni di un subacqueo che si immerge con aria e pertanto innegabilmente condizionato dalla narcosi da azoto?
Pensiamo per un attimo che l’emergenza non avviene appena giunti sul fondo ma dopo minuti e minuti di permanenza e di conseguenza pensiamo quale possa essere il livello di lucidità che fa individuare immediatamente al subacqueo le azioni di emergenza più corrette.

Se pensiamo a questo e condividiamo ancora l’uso dell’aria come gas da respirare nelle immersioni profonde, si deve cessare di discutere sulla prevenzione e sulla sicurezza.
È semplicemente inaccettabile che si possa pianificare un’immersione nella quale è implicita l’esposizione ad elevate pressioni parziali dell’azoto.

Se si desidera eseguire immersioni profonde occorre avere l’addestramento, le attrezzature e le conoscenze adeguate, altrimenti non debbono essere fatte.
I tempi sono cambiati, le immersioni profonde ad aria, con il monostadio e con il cestello pieno di pietre sono documentate con pellicole in bianco e nero, non in DVD.

Abbiamo affetto e ammirazione per coloro che hanno fatto la storia rischiando e cedendo talvolta la propria vita nelle immersioni profonde ad aria, ma non possiamo nutrire la stessa ammirazione verso chi lo fa oggi, nei nostri giorni, perché se lo si vuole, lo si può far meglio e con più sicurezza.

Il rovescio della medaglia Trimix dunque per le immersione profonde, certo ma occorre addestramento, un serio addestramento che non potrà mai essere rapido.
Immergersi con il trimix comporta conoscere le caratteristiche di «movimento» dell’elio, apprendere l’importanza assoluta delle velocità di risalita, dei deep-stop, delle miscele da usare durante la decompressione, dell’analisi dei gas, considerare realmente l’ipotesi di un’emergenza, pianificare un piano di evacuazione, predisporre un piano alternativo all’inutilizzo improvviso di una bombola decompressiva e molto altro.

L’immersione profonda non ha lo stesso coefficiente di rischio di un tuffo in un mare tropicale a venti metri di profondità, con la temperatura dell’acqua a 26° C e magari con nitrox!

Oltre a questo l’immersione trimix ha costi superiori.
L’elio costa non poco, le stesse attrezzature richiedono un investimento iniziale, poi vi si debbono sommare i costi dei corsi di formazione, e chissà che non siano proprio questi i fattori che ostacolano l’approccio di molti appassionati alle immersioni trimix.

Tempo fa, sulle pagine di un noto magazine, a proposito delle emergenze subacquee ebbi modo di scrivere che i sub sono strana gente.
Non ho motivo per mutare opinione, i sub sono davvero strani.
Vivendo e frequentando gli amici subacquei si nota infatti che il fattore «denaro» condiziona molte scelte, e tra queste quella di scendere in profondità con l’aria.

Alle osservazioni di carattere economico si potrebbe obiettare che la propria incolumità dovrebbe giustificare qualche sforzo amministrativo, come per esempio la rinuncia a qualche civettuolo bene voluttuario, anche se di moda.

E’ stupefacente, o esilarante, ascoltare o leggere miriadi di opinioni tutte amabilmente convergenti nell’affermare solennemente che la sicurezza non deve essere considerata un optional, ma bensì un severo e accurato segmento della pianificazione subacquea, e poi, dalle stesse fonti, giungono comportamenti subacquei dove sono sconfessate sistematicamente tali dottrine adducendo giustificazioni del tipo: «Non mi hanno ricaricato le bombole perché non avevano elio, oramai siamo qui, ho fatto molti chilometri, non posso certo rinunciare all’immersione, qui non fanno ricariche trimix, di immersioni così ne ho fatte un mucchio senza problemi, non facciamo i fiscali, la prossima volta faremo meglio».

 

 

Il punto: L’immersione profonda comporta alcuni rischi.

Sta al sub decidere se ridurli o amplificarli.
Per ridurre o amplificare i propri canoni di sicurezza il sub ha l’obbligo intellettuale di procurarsi le conoscenze e quindi essere in grado di rispondere a questa domanda: «Qual è il migliore gas da respirare per la mia immersione profonda? » e, in ultima istanza, di non considerarsi sempre più fortunato degli altri.

Dizionario subacqueo – le parole più comunemente usate dai sub

Air Trapping: indica l’intrappolamento di quantità di gas nei siti alveolari a causa di sostanze ostruttive.

Algoritmo: sistema di calcolo portante alla soluzione di un problema con un numero finito di operazioni. Il termine deriva dal matematico arabo Al-Khuwarizmi.

Anfotero: elemento o composto dal duplice comportamento acido o basico.

Anisocoria: differente ampiezza delle pupille.

Anossiemia: Assenza di ossigeno nel sangue.

Arachidonico (acido): acido grasso essenziale nella dieta.

Atm: unità di misura della pressione atmosferica (1 kg/cm2) 

Bar: unità di misura della pressione barometrica uguale a 0,986 atm o 105 Pa.

Bolle: quantità di gas racchiusa in una membrana permeabile attraverso la quale il gas può entrare od uscire dipendentemente dalla pressione esterna.

Botallo Leonardo: anatomista vissuto a metà del 1500 è stato il primo medico a descrivere la comunicazione interatriale fetale (foro di Botallo o forame ovale pervio) e quella dell’arteria polmonare-arteria aorta presenti nella circolazione fetale (dotto di Botallo).

Calore: energia dovuta dal movimento degli atomi.

Capacità Vitale: volume espirato.

Ceiling: con questo termine (letteralmemte “soffitto”) si indica la profondità alla quale il sub può risalire direttamente senza obblighi di soste di decompressione.

Chemiorecettori: recettore rispondente alle variazioni chimiche del sangue. I chemiorecettori si dividono in chemiorecettori centrali e periferici.

CO2: simbolo del diossido di carbonio (anidride carbonica).

Coalescenza: nella decompressione, bolle che aggregandosi con altre bolle ne formano altre di volume superiore.

Coefficiente di saturazione: rapporto fra tensione interna e pressione esterna di un gas inerte.

Coefficiente di solubilità (Csg): il Csg è direttamente proporzionale al peso molecolare del gas e inversamente proporzionale alla temperatura.

Compartimento: generalizzazione del concetto di tessuto, più idonea nel caso siano presenti nella miscela respirata due o più inerti.

Complemento: complesso sistema di difesa dell’organismo contro le infezioni.  

Controdiffusione: fenomeni dovuti alla presenza simultanea di due o più gas disciolti nello stesso tessuto.

Deep Stop: una o più soste supplementari per contenere la formazione della fase libera dei gas disciolti e/o impedirne la crescita.

Delta P: gradiente di pressione critico.

Densità: rapporto tra massa e volume.

Diffusione: massima espressione del movimento molecolare. Dipende dalla differenza della concentrazione molecolare, dalla viscosità dei tessuti, dalla distanza intercapillare, dalla solubilità dei gas e dalla velocità di diffusione.

Distretto corporeo: vedi «compartimento». 

Doppler: sistema per il rilevamento ultrasonico di bolle venose circolanti.

EAN: Enriched Air Nitrox (miscela di aria arricchita di ossigeno).

Edema: gonfiore dei tessuti per anormale impregnazione di liquido sieroso.

EGA: embolia gassosa arteriosa (da sovradistensione polmonare).

Ematocrito: rapporto volumetrico fra plasma e globuli rossi. 

Emisaturazione: il tempo necessario a un gas per saturare un tessuto al 50% della differenza tra la pressione alveolare e quella disciolta nel tessuto stesso.

END: acronimo di Equivalent Narcosis Depth (profondità narcotica equivalente ad aria) nelle miscele ternarie comprende comprende gli effetti narcotici combinati dell’azoto e dell’ossigeno.

Endotelio (vasale): parete dei vasi sanguigni.

Enfisema Mediastinico: penetrazione di gas nella cavità ove alloggia il cuore.

Enfisema Sottocutaneo: penetrazione di gas sotto la pelle. Nella sovradistensione polmonare territorio bersaglio dell’enfisema sottocutaneo sono le regioni sopraclavicolari.

Frazione: numero compreso tra zero e uno.

Frenzel (manovra di): vedi Marcante-Odaglia.

Gradiente: nel settore subacqueo il gradiente indica la differenza tra due pressioni o tra tensione e pressione.

Heliair: miscela composta da aria e elio.

Heliox: miscela composta da ossigeno e elio.

HPNS: High Pressure Nervous Syndrome, disturbi neurologici provocati dall’aumento della pressione assoluta indotta da miscele respiratorie contenenti elio. 

Idrofilico: sostanza o corpo tendente a legarsi chimicamente con l’acqua.

Idrofobo: sostanza o corpo che presenta idrorepellenza su cui l’acqua non aderisce ma si raccoglie in gocce.

Ipercapnia: eccessiva PCO2 disciolta nell’organismo, causa iperventilazione incontrollata.

Ipovolemia: riduzione significativa del volume plasmatico circolante.

Inerte: gas che non partecipa ai processi metabolici, normalmente l’Azoto, ma se ci si immerge con miscele trimix, anche l’Elio.

Laplace (legge di):  legge fisica che regola la differenza di pressione tra l’interno di una bolla e l’esterno in maniera inversamente proporzionale al suo diametro.

Lipotimia: diminuzione delle funzioni respiratorie e cardiache.

Marcante Dulio: un sub verso il quale molti sub sono in debito. 

Marcante-Odaglia (manovra di): consente la compensazione dell’orecchio medio senza impegnare il mantice polmonare, anche in completa espirazione. Si esegue a naso chiuso, si appoggia e si esercita una leggera pressione con la punta della lingua alla base degli incisivi. Si spinge il retro della lingua verso il palato molle in modo da comprimere i gas verso le tube di Eustachio.

Micronuclei gassosi preesistenti: agglomerati di gas circolanti composti da CO2, vapor acqueo, ossigeno e azoto.

Midriasi: dilatazione incontrollata e stabile della pupilla.

Miosi: contrazione incontrollata e stabile della pupilla.

Miscela (respiratoria): miscuglio di vari gas idoneo alla respirazione in ambiente iperbarico avente l’ossigeno come componente fondamentale ed altri gas inerti.         Modello matematico: (vedi algoritmo).

Narcosi da Azoto: alterazione neuropsichica prodotta dall’aumento della pressione parziale dell’azoto presente nel miscuglio gassoso respirato.

Necrosi: morte cellulare.

Nucleazione: confluenza di molecole determinante una fase gas (bolla) generata da una differenza tra la pressione del gas disciolto e quella ambiente.

Osmosi: episodio chimico/fisico di diffusione tra due liquidi miscibili attraverso una membrana di separazione. I globuli rossi non subiscono alterazioni in quanto essi sono immersi in una soluzione isotonica, (di pressione osmotica uguale a quella del loro citoplasma). Nel caso in cui i globuli rossi siano immersi in una soluzione ipotonica (per esempio l’acqua) questa entrerà attraversando la membrana plasmatica nei globuli che si espanderanno fino a rompersi. In una soluzione ipertonica i globuli rossi cedono acqua atrofizzandosi.

OTI: Ossigeno Terapia Iperbarica.

Pa: Pascal (unità di misura) è l’unità di misura della pressione nel sistema internazionale. Pa= N/m-2  

Patologia da Decompressione: sindrome morbosa originata dalle modificazioni dello stato fisico dei gas inerti disciolti nel corpo umano e dalle reazioni bioumorali che ne derivano, causate da una eccessiva diminuzione della pressione ambiente.

PDD:  acronimo di Patologia Da Decompressione. 

Perfusione: movimento continuo di un liquido attraverso un sistema biologico. La velocità della perfusione umana è influenzata dalla gittata sistolica, dalla frequenza delle pulsazioni e dalla vascolarizzazione.

Periodo: riferito ai «tessuti» è il tempo necessario per raggiungere metà saturazione.

Peso Molecolare: cifra che indica il numero totale dei neutroni e dei protoni presenti nel nucleo degli atomi.

Pneumotorace traumatico: nella sovradistensione polmonare lo pneuomotorace è un evento poco frequente. Si tratta della penetrazione di gas tra le due vescichette pleuriche deputate all’estensione del tessuto polmonare. Rappresenta una problematica nella ricompressione terapeutica.

Pressione: grandezza fisica che esprime il rapporto tra l’intensità della Forza esercitata su di una Superficie definita.

Pressione assoluta: con questo termine si intende una somma delle pressioni esercitate sul sommozzatore: la pressione data dalla colonna di aria e quella data dalla colonna d’acqua.

Saturazione: condizione nella quale la pressione parziale di un gas disciolto in un tessuto è identica a quella presente nella pressione ambiente. 

Sinapsi: connessione fra due cellule nervose con la funzione di trasmettere l’impulso nervoso che avviene in una sola direzione.

Sincope: improvvisa e grave depressione neuro-circolatoria. Si evidenzia con la caduta della pressione arteriosa associata alla perdita della coscienza con diminuzione o arresto delle funzioni cardiache e respiratorie.

Sindrome: complesso di sintomi che compaiono simultaneamente definendo un quadro clinico caratteristico alla cui base possono esservi cause diverse o indefinite.

Solubilità: per  solubità si intende la quantità massima di soluto che si scioglie in una quantità fissa di un solvente ad una temperatura specifica. Una soluzione si dice satura quando in una data quantità di solvente non è possibile sciogliere ulteriore soluto.

Sovrasaturazione: condizione nella quale la tensione di un certo gas disciolto in un tessuto è maggiore della pressione parziale dello stesso.

Surfactante: Il surfactante è una sostanza che forma una pellicola attorno alla superficie dell’alveolo. Questa sostanza abbassa la tensione superficiale permettendo all’alveolo di rimanere espanso.

Tabelle di Decompressione: Rappresentazione garfica di un sistema finale matematico per consentire la risalita sino alla superficie del subacqueo prevenendo forme di PDD. Il calcolo delle tabelle di decompressione si articola su principi fisici di termodinamica applicati alla biologia.

Tensione: pressione parziale di un gas disciolto in un liquido.

Tessuto: parte teorica dell’organismo alla quale si attribuiscono caratteristiche costanti nella risposta all’esposizione iperbarica con un determinato gas. Più corretti i termini «compartimento» e «distretto corporeo».

Toymbee: manovra di movimento e depressione onde eseguire la compensazione forzata dell’orecchio medio. Si ottiene deglutendo a naso chiuso.

Tribonucleazione: fenomeno di innesco dei micronuclei gassosi preesistenti (frizione delle superfici). 

Trombossano A2 (TXA2): sostanza prodotta dalla metabolizzazione dell’endoperossido PGH2, formato da un enzima e isolato per primo dalle piastrine. Ha un ruolo preminente nei processi di coagulazione.

Valore­­ Delta M: valore da aggiungere al Valore M per il passaggio da una sosta di decompressione all’altra (ogni 3 metri).

Valore M: limite di sovrasaturazione critica dei tessuti relativo alla profondità.

Valore Mo: limite di sovrasaturazione critica dei tessuti relativo alla superficie.

Viscosità: attrito con forza frenante fra gli strati di un liquido in movimento.

Rescue Diver

Rescue Diver: obbligo didattico o necessità morale?

Non tutti i sub frequentano un corso di salvamento in acqua o Rescue Diver, gran parte di essi opta per i corsi di specializzazione, quei corsi che sulla carta offrono scenari di maggiore divertimento e solo nei casi in cui il Corso Rescue è requisito obbligatorio per proseguire la propria formazione subacquea, si nota un incremento del numero dei partecipanti.

Vi è però anche una minoranza di appassionati che senza alcun obbligo didattico decidono di frequentare un corso di salvamento per aumentare la propria sicurezza in acqua, ed è significativo notare come i sub al termine del loro corso di salvamento, manifestino soddisfazione verso tale programma con una enfasi imprevista, sottolineando che il Corso Rescue ha loro “schiusi gli occhi su situazioni importanti e sottovalutate”.

Una “discussione”


Questo articolo nasce da un’aspra discussione sostenuta con alcuni subacquei praticanti delle
immersioni estreme, gente tosta, o almeno ritenuta tale.

Gli appassionati d’immersioni estreme hanno una preparazione superiore a quella dei sub ricreativi, la debbano avere, e alcuni di essi non rifuggono dall’evidenziarlo.

Discutere di subacquea con un praticante di immersioni molto impegnative può diventare problematico se emerge una diversità di opinione, una diversità che conduce a dibattiti più o meno accesi nei quali il livello alto di autostima (talvolta immotivato) sembra essere alimentato da un concetto ricorrente “l’abilità di un sub si misura con i metri della profondità raggiunta”.

I fattori del rapporto livello di abilità individuale/massima profondità sono quindi considerati direttamente proporzionali tra loro e anche se in esso vi può essere una dose di attendibilità, vi sono non rare eccezioni o quantomeno assumerlo come unico indicatore, è benevolmente erroneo.
“Il sub è in gamba, quando sa di non esserlo”; è una frase storica, stampata su di un libro didattico sfortunatamente non più reperibile, ma che verità pesante, antica, attuale e futura in quelle parole.
Purtroppo fare ricorso a quelle magnifiche parole, nella psiche dei superficiali può significare essere giudicato di scarsa valenza tecnica o nella migliore delle ipotesi: eccessivamente cauto ma, stabilire quale sia il confine che intercorre tra un sub “eccessivamente cauto” o  “irresponsabile” è lasciato al lettore, lo scopo di questo articolo non è quello di moraleggiare ma di suggerire spunti di riflessione su aspetti che molto spesso, se non sempre, sono fastidiosi se in conflitto con i propri desideri.

L’eccezione: sublimità delle regole

Una delle regole della comunicazione raccomanda di non impiegare la prima persona.
Rivolgersi ad altri iniziando con “Io vi dico” oppure “Io ho fatto” o ancora “Io sono” indispongono l’ascoltatori (o i lettori) in quanto il relatore si eleva, seppur inconsciamente, al di sopra di essi facendo leva sul proprio status onde rafforzare le proprie opinioni e tamponare le obiezioni.

Tuttavia, un aspetto particolare di ogni regola è che essa lascia aperta la porta all’eccezione, senza farne abuso naturalmente perché altrimenti sarebbe l’eccezione a diventare una regola.

Tutto questo ha lo scopo di chiedere al lettore la tolleranza verso l’eccezione della quale farò uso. In questo articolo mi rivolgo da sub a sub, attingendo all’esperienza accumulata in anni e anni di insegnamento subacqueo, agli errori fatti, a quelli appena commessi, a quelli che mi e vi attendono.

Oltre a questo le convinzioni che possono emergere da questo articolo non debbono essere assorbite come una verità assoluta e questo non tanto per una specie di poco credibile umiltà, ma solo perché ogni giorno l’ambiente subacqueo insegna cose diverse in virtù che ogni immersione è diversa dalla precedente. Il litigio parte seconda Le litigate furibonde fanno sempre audience.

Gli organi di informazioni, i reality show, i talk show, gli stessi forum su internet confermano questa impressione; se poi il tema discusso è un incidente subacqueo, lo share diventa esorbitante.Alcuni anni fa, proprio sul web fu evidenziata con quale maniacale tecnica analitica sono discussi gli incidenti subacquei.

Sono trascorsi anni da allora, ma niente è mutato.
Accade un incidente, dopo qualche giorno di rispettoso ma scalpitante silenzio, esternazioni di cordoglio, auguri di pronta guarigione e di esortazioni al rispetto della privacy, si scatena il processo. L’analisi dell’immersione in oggetto non è inferiore a una TAC, è osservata in ogni minuscolo dettaglio in modo che emerga l’errore e che tacitamente, al “perito” di turno si concedano i meriti di un’evidente sapienza.
E da qui nasce l’audience di cui sopra.
Gli interventi alla discussioni si moltiplicano, il counter s’impenna, i newspaper moltiplicano le vendite; ok, veniamo alla discussione.
 

Una “discussione”

Oggetto della discussione il modo con il quale imbracare le bombole da decompressione, montare il relativo erogatore, come posizionare un moschettone, come impiegare un ritentore elastico.
Tutto qui?


No, l’oggetto della discussione ha una importanza relativa, poteva essere discusso qualsiasi altro argomento, il protagonista della discussione è un concetto che ancora non ha fatto la sua comparsa.

La discussione si è protratta a lungo.
Non è stato risparmiato niente: le fasce di fissaggio, i ritentori elastici, il manometro subacqueo, la posizione del primo stadio sulla decompressiva, i moschettoni.

L’interlocutori, in verità assai competenti, compiono un’ampia panoramica sui pro e i contro. L’esposizione che ne deriva è affascinante ed è piacevole constatare l’alto livello tecnico raggiunto nelle immersioni subacquee, l’attenzione scrupolosa verso ogni dettaglio non può non condurre a un innalzamento della sicurezza.

Ecco quindi delinearsi un panorama imprevedibile e come in una sala universitaria di tecniche autoptiche, sono emerse le problematiche e i pericoli derivanti dall’impiego di una fascetta metallica non “a norma”, dal routing di un moschettone, da quell’elastico sì e quell’elastico no, eccetera eccetera eccetera.
Ecco però sorgere immediate una e più domande, del resto, come non profittare di un’occasione simile chiedendo altre info a chi è chiaramente attento su ogni dettaglio?

Nel primo soccorso, durante una rianimazione quando ritenete necessario l’uso della cannula di Guedel?
E quale è la tecnica migliore per gestire un sub in panico attivo? Come deve essere eseguita una rianimazione cardiopolmonare con somministrazione di ossigeno?

Gli esperti sui moschettoni e sugli elastici non hanno risposto; incalzati sui quesiti hanno ammesso, quasi con sufficienza, che non lo sapevano e che …“Se pensi debbano succedere queste cose, è meglio tu stia casa invece di venire a fare immersioni”.
Non ricordo per quanto tempo sono rimasto in silenzio.

Il valore dei corsi Rescue Divers

Fortunatamente non tutti i divers sono come quelli incontrati, diversamente vi sarebbero motivi di preoccupazione ma, al di là delle tecniche di salvamento e di primo soccorso in mare (utili anche in terra-ferma), il valore delle formazioni di Rescue Divers è il rafforzamento e lo sviluppo della prevenzione, quest’ultima sovente maltrattata con disinvoltura.


Perché è necessario incontrare un problema o assistere a un problema per capirne l’importanza?

E ancora, perché non sono sufficienti testi, insegnamenti, congressi, regole, ad infondere nei subacquei la necessità di una corretta pianificazione, di una reale consapevolezza dei propri limiti?

Perché è necessaria una legge e sanzioni per far capire che la cintura di sicurezza indossata riduce gli infortuni e i decessi negli incidenti automobilistici? Perché?

Durante i corsi Rescue lo studente tocca con mano quali situazioni potrebbe trovarsi a dovere gestire, è messo di fronte ai limiti delle proprie non conoscenze, delle proprie avventatezze e dei drammi che ne possono conseguire.
Durante l’addestramento il futuro rescue diver apprende vari sistemi di primo soccorso, tuttavia esso è inserito in una fiction, dove non ci sono vere vittime.
Questo particolare ha l’effetto di non emozionare sufficientemente lo studente, di non stressarlo psicologicamente perché sa che può permettersi di sbagliare: è tutta una simulazione!

Quando l’emergenza si materializza, quando “non si gioca più” ecco che gran parte di quello appreso si può dissolvere proprio a causa dell’emozione del momento, per cui il rescue diver può fornire benefici ridotti, figuriamoci chi non ha mai fatto un addestramento rescue!

Non esiste salvamento senza prevenzione

Che senso ha essere dei bravi soccorritori, fenomeni nell’esecuzione di un massaggio cardiaco esterno o nel recupero di  una vittima in mare, se poi si creano i presupposti per generare emergenze.
Il subacqueo responsabile non abbassa la guardia di fronte alla prevenzione, non affida la propria incolumità alla propria buona stella e alla propria abilità, anche se indubbiamente alta …

Come accade anche in altre discipline, sportive e professionali, l’apprendista è sempre guardingo e questa cos’altro è se non tipo di prevenzione riflessa?
È quando avviene la trasformazione da apprendista ad esperto che è “abbassata la guardia” e l’incidente si avvicina pericolosamente.
Il pioniere, l’esploratore, il recordman sanno scientemente cosa rischiano, sanno bene che l’incidente è in agguato, che può accadere anche in maniera grave, ma queste pagine non sono rivolte ad essi, sono rivolte all’appassionato subacqueo a quel tipo di sub che dopo l’immersione vuole distendere le gambe sotto a un tavolo imbandito, non su di una barella.
Tutto questo non è terrorismo giornalistico, è senso della realtà di cui occorre scriverne, e sarebbe diseducativo non parlarne.

“La vita è mia e ne faccio quello che voglio”

frase discutibile usata talvolta per giustificare immersioni ad alto rischio o per darsi un atteggiamento, una frase che ogni tanto echeggia anche tra i subacquei sportivi.
Non desideriamo addentrarci in tematiche di psicoanalisi, non ne abbiamo facoltà, ma una riflessione la possiamo fare, anzi, è doveroso.
La propria vita ognuno può giocarsela come crede, ma se è solo, se non ha nessuno a casa che lo aspetta, se non ha nessuno a cui recherà dolore e problemi, se non ha doveri verso il prossimo.
Quale reazione è ipotizzabile se a dire quella frase fosse il proprio fratello, moglie, figlio?

Pianifica la tua immersione, immergiti secondo la pianificazione

La non-pianificazione è uno degli errori più comuni.
Una vera pianificazione è la stesura di un protocollo dove sono stabilite le procedure di ogni singola fase dell’immersione e di tutto ciò che la precede.

Molti sub intendono come pianificazione stabilire tempo e profondità, a volte un percorso, tralasciando tutto il resto che è molto.
Il punto di entrata e di uscita dall’acqua può essere già un punto di analisi, sub che entrano ignorando una forte risacca non sono rarità, così come non sono rarità cadute, dolorose per gli appassionati, rovinose per le attrezzature.

Il controllo dell’attrezzatura pre-immersione è spesso ignorato perché fa perdere tempo ed è importante solo per i principianti e se qualche volta accade di iniziare l’immersione con le bombole aperte male o quasi chiuse, se la fibbia della zavorra è poco fissata, se la frusta del secondo erogatore è impigliata sotto a un cinghiaggio, se la frusta del jacket o della stagna non sono connesse, poco importa, “la prossima volta saremo più attenti”.

La scelta del compagno riveste la stessa importanza, se non di più, che è rivolta agli erogatori, al computer, strumenti ad altissima considerazione.Immergersi con un compagno che non è cosciente di non essere da solo, che ha quindi dei doveri verso il proprio buddy è un pessimo compagno, oltretutto scioccamente pericoloso.

Il compagno d’immersione può rappresentare la massima risorsa per la risoluzione di un problema, esso deve essere considerato come una parte irrinunciabile della propria attrezzatura.
Occorre pertanto un compagno idoneo, che rispetta il sistema di coppia, che conosca cosa fare nei casi di emergenza, che non travalichi i limiti operativi propri e dell’altro, che rispetti e faccia rispettare le regole.

“Date una definizione di Propri Limiti Operativi”

è una domanda che adoro, la pongo spesso agli studenti.
Quasi sempre le risposte si articolano sulla massima profondità, sul livello di lucidità, sul tipo di immersione, sull’esperienza.

I limiti operativi sono un mixing delle risposte precedenti, con qualche estensione.
Per stabilire con più esattezza il concetto di Limiti Operativi si può fare ricorso ad un esempio, ad un semplice esercizio presente nei corsi per principianti: il togliersi, rimettersi e svuotare la maschera.
Si tratta di un esercizio di modesta difficoltà, più di natura psicologica che pratica, infatti dopo poche ore di esercitazione tutti i subacquei sono capaci di eseguirlo con naturalezza e rapidità …in pochi metri di acqua.

Già, perché se lo stesso esercizio è richiesto a profondità più interessanti ecco che diventa più complicato o addirittura avviene il rifiuto dell’esecuzione.
Da questo esempio si può assumere che il sub, pur avendo familiarità in immersioni profonde ma che in tali contesti ha difficoltà ad eseguire un esercizio come quello descritto, non deve ritenere che i suoi limiti operativi siano quelli della massima profondità raggiunta.

La definizione dei propri limiti operativi dovrebbe focalizzarsi nell’abilità di gestire correttamente, e per correttamente si intende con rapidità, lucidità e ottimizzazione delle azioni, una situazione di emergenza in un dato ambiente subacqueo.
Se non vi sono questi presupposti, la gestione ottimale di un’emergenza che può variare dal semplice svuotamento maschera al soccorso a un altro subacqueo, i propri limiti operativi vanno rivisti.

Il panico

Il panico è uno dei problemi che ha maggiori possibilità di accadere rispetto a una rianimazione in acqua.
Il panico può essere generato da vari fattori e può avvenire anche in situazioni ambientali ottimali.
Gestito scorrettamente il panico può diffondere l’emergenza dalla vittima al soccorritore, anche con eventi finali importanti eppure, gestire il panico non è difficile, occorre solo sapere cosa fare ed allenarsi a farlo.
Il panico può essere di tipo attivo o passivo, può passare da uno all’altro in modo imprevisto, avere ricadute anche quando tutto può sembrare risolto, per cui occorre conoscere le tecniche da applicare in modo fulmineo e perfetto: nelle emergenze non c’è spazio per l’improvvisazione. 

Recupero di un sub asfittico sul fondo Tema scottante.

Molti sub e medici hanno opinioni diverse sui metodi di recupero di una vittima dal fondo e su come eseguire una ventilazione in acqua. Questo articolo non ha lo scopo di insegnare il salvamento; per fare quello occorrono istruttori abilitati all’insegnamento, per cui il lettore non deve improvvisarsi autodidatta perché lo ha “letto su sul sito Emde”.

Come scritto in precedenza lo scopo di questo articolo è la sensibilizzazione verso la necessità, indiscutibile, di frequentare uno o più corsi di salvamento in acqua.

Recuperare un sub inanimato dal fondo significa quasi sempre recuperare un morto.
Tuttavia è dovere di ogni singolo adoperarsi affinché la seppur flebile fiammella di vita ancora presente non si spenga, anche quando può sembrare non vi siano più speranze.
Durante l’approccio a una vittima sul fondo è importante eseguire una fotografia mentale della posizione dell’infortunato, ciò può avere grande rilevanza da parte dei futuri inquirenti.

La presa della vittima con il suo trasporto in superficie è indicata in vari manuali e protocolli sanitari, tuttavia vi sono alcune divergenze.
La presa classica consiste nell’afferrare la vittima facendo passare il proprio braccio sotto a un cinghiaggio (solitamente lo spallaccio o lo sternale al fine di aumentare il grip con l’infortunato) mettere la mano dello stesso braccio sul secondo stadio della vittima (se lo ha ancora in bocca) e mantenendo la posizione della testa dell’infortunato eretta in modo naturale, iniziare la risalita.
Un altro metodo suggerisce di agire da dietro la vittima, anche se in questo caso è difficile far passare il braccio sotto al cinghiaggio.


A questo punto le divergenze sono già nate.
Una scuola di pensiero suggerisce infatti di afferrare la vittima …per i piedi.

I motivi sono indicati che in tale posizione la vittima ha la cavità orale “beante” con nessuna possibilità che la lingua cada indietro facendo parziale ostruzione per cui non ostacola la fuoriuscita dell’aria durante la risalita e nel contempo è impedita l’irruzione di acqua nei polmoni con probabile annegamento; tuttavia tale procedura è inattuabile e pericolosa con vittime dotate di muta stagna. In tutti i metodi sopra esposti il rescue diver ha il compito non indifferente di gestire la risalita e la sua velocità.

Se vi è necessità di gonfiare il jacket, può essere utilizzato quello della vittima solo sul fondo per rendere la vittima quasi neutra, diversamente è opportuno sia gonfiato il jacket del rescue diver; occorre ricordare che durante la risalita l’aria contenuta in entrambi i jacket si dilaterà facendo aumentare il galleggiamento e la velocità di risalita.

Se la vittima è troppo negativa, nel malaugurato caso in cui è perso il contatto, essa scivolerà nuovamente verso il fondo, se è troppo positiva ed anche in questo caso è perso il contatto si assisterà a una “pallonata” che può avere eventi catastrofici.In ogni caso occorre l’addestramento e l’allenamento, perché un corso rescue che ha termine il giorno degli esami senza più essere rinfrescato è destinato ad avere scarsa utilità. 

La ventilazione artificiale in superficie

La ventilazione artificiale in acqua con il metodo bocca-a-bocca non serve a niente, sono solo “teatrini” fine a se stessi, di nessuna utilità pratica.
Questo giudizio così duro si basa su alcuni dati di fatto.
Uno di essi è che la ventilazione bocca-a-bocca deve innanzitutto essere fatta in modo perfetto, sigillando perfettamente la bocca e il naso, quindi eseguire le insufflazioni senza far affondare il viso della vittima sott’acqua, e non è semplice.
Oltre a questo una cosa è fare un’esercitazione del genere in uno specchio di acqua tranquillo, come quello di una piscina e una cosa è farlo in acque libere dove vi possono essere onde che complicano non poco il tutto.

Di grande efficacia è la Pocket-Mask.
Essendo oro-nasale, la Pocket-Mask ha il grande vantaggio di poter sigillare perfettamente sia la bocca che il naso, permettendo così la massima introduzione di aria nelle vie aeree della vittima.
Questa maschera possiede un beccuccio dotato di filtro attraverso il quale il soccorritore insuffla aria nei polmoni della vittima senza entrare a contatto con gli umori della vittima stessa.Oltre a questo, la Pocket Mask è dotata di una piccola valvola che, se collegata a una bombola di ossigeno, consente la possibilità di ventilare la vittima (a terra) con aria arricchita di ossigeno.
Tuttavia, per usare la Pocket-Mask occorre averla a disposizione e per fare questo o si reca la pocket mask dentro a una tasca del jacket o si lascia sulla barca o a riva, che possono essere anche distanti.
Purtroppo portare la Pocket-Mask in immersione significa rovinare la cellula di aria atta a farla aderire al viso della vittima in quanto si genera un effetto ventosa (all’interno del cuscino di aria della maschera) che permane stabilmente.
Questo è almeno quanto è accaduto con numerose Pocket-Mask, e al momento non sappiamo se i nuovi modelli sono esenti da questa caratteristica.

Vi è poi il sistema bocca-snorkel.
Il sistema prevede di utilizzare lo snorkel quale condotto nel quale insufflare aria da inviare ai polmoni della vittima.
Naturalmente occorre uno snorkel privo della valvola automatica di spurgo.
Questo sistema può avere efficacia sigillando perfettamente lo snorkel in bocca alla vittima e può essere preso in considerazione nei casi di moto ondoso formato e assenza della Pocket-Mask.
 La somministrazione di Ossigeno normobarico.

Quindici anni fa

il DAN iniziò la formazione di subacquei e istruttori addestrati alla somministrazione di ossigeno, insegnando le tecniche pratiche e le motivazioni teoriche per le quali l’ossigeno è considerato Trattamento Elettivo nei casi di patologie da decompressione, semi-annegamento, intossicazione da aria inquinata, embolia gassosa traumatica.
Riduzione delle bolle, riduzione dell’edema, ottimizzazione della desaturazione da inerte, e soprattutto riduzione dello stato ipossico, sono i punti principali per i quali l’ossigeno riveste una priorità assoluta per gli incidenti elencati.

Ancora una volta però, si entra in conflitto con quella fascia di appassionati che ritiene di poter somministrare ossigeno solo in virtù di possedere una bombola e un erogatore per ossigeno.
La somministrazione di ossigeno deve avvenire in rispetto di alcune precise regole dettate dalla particolare reattività dell’ossigeno quale comburente.
Oltre a questo la somministrazione di ossigeno può essere necessaria non solo a un sub cosciente ma anche a un sub incosciente per cui disporre di un normale erogatore subacqueo seppur trattato per l’ossigeno può essere di dubbia efficacia, non a caso è stata progettata e commercializzata l’erogatore Tru-Fit.
La stessa rianimazione cardio-polmonare può avere un aumento delle probabilità di successo se la ventilazione artificiale è arricchita di ossigeno, ma per fare questo occorrono unità ossigeno apposite e disponibili da …15 anni. 

Le esercitazioni dei corsi di salvamento subacqueo

In queste pagine non è possibile stilare un elenco completo delle esercitazioni previste durante un corso Rescue Diver, si può fare però una panoramica generale su alcune di esse.
Oltre a quelle descritte, le abilità insegnate si articolano sulla ricerca del sub disperso, sull’affanno subacqueo, sulle problematiche dell’attrezzatura, sull’autosalvamento, l’ipotermia, lo stress fisico e psicologico, il trasporto di una vittima, la narcosi da azoto, le ferite da vita acquatica, il colpo di calore, l’emorragie, l’aggrovigliamento, il vomito in immersione, l’ostruzione delle vie aeree, le lesioni dorsali, la gestione totale di un’emergenza ed altro ancora.

Il corretto apprendimento delle abilità indicate giustifica il motivo per il quale il corso di salvamento subacqueo non può essere insegnato sin dal livello principianti, in quanto il programma Rescue Diver richiede acquaticità e familiarizzazione con le immersioni scuba, due obiettivi che raggiungibili con numerose immersioni d’esperienza.

Tipologia delle emergenze

Il sub che si iscrive a un corso Rescue non deve pensare di apprendere tutte le tecniche di salvamento, perché ogni emergenza è diversa dalle altre.
È sufficiente modificare un dettaglio di un’emergenza (distanza dalla vittima, profondità, stato del mare, scorta di aria, equipaggiamento di supporto, subacquei di supporto, morfologia della vittima, stato della vittima, distanza da terra o dalla barca, luogo dell’incidente, assistenza medica disponibile), per disegnare uno scenario diverso, per cui il rescue diver deve sviluppare una flessibilità mentale che lo orienta rapidamente alle procedure da applicare.

Non è possibile, e non è nemmeno formativo, stilare un elenco interminabile di emergenze con la soluzione affiancata come un qualsiasi problema aritmetico.
Oltre a questo è necessario allenarsi periodicamente a quanto appreso in modo da minimizzare l’oblio delle conoscenze che si concretizza quando non sono rinfrescate.
Il corso Rescue Diver insegna molto, moltissimo, come ad esempio che la fortuna non fa parte della propria attrezzatura ne si acquista, ma va saputa meritare con la prevenzione, e non con un …moschettone, anche se d’acciaio inox.

Istruttore Subacqueo – di Andrea Neri

Diventare Istruttore Subacqueo


Analisi degli argomenti che determinano la caratura professionale del futuro istruttore




 

Sui corsi di formazione per Istruttori Subacquei si è scritto molto e molto si continuerà a scrivere.
Senza dubbio, l’argomento merita i riflettori dell’attenzione ma anche se potenti queste luci non riescono quasi mai ad illuminare bene ciò che si cela dietro alle quinte, mostrando solo malamente problemi apparentemente inesistenti, che poi si manifestano con puntualità disarmante.

Durante i corsi per istruttore i candidati sono addestrati e valutati su molteplici materie, che spaziano dalle tecniche di comunicazione all’abilità propedeutica, dalle conoscenze teoriche alle abilità strettamente subacquee, dalla gestione del rischio legale al marketing.

Seppure importanti, quelli elencati sono argomenti che in diversi corsi di formazione per istruttore subacqueo, non sono affrontati con la dovuta esaustività con l’effetto finale di condizionare in un senso o in un altro, il livello qualitativo del futuro istruttore.

La consapevolezza del ruolo

L’istruttore è una creatura particolare.
Cucciolo intimorito dalla prima nube all’orizzonte durante il corso di formazione, diventa implacabile predatore appena ricevuta la card-instructor.
A cosa si deve tale metamorfosi?

Probabilmente ad un precario senso del raziocinio o all’illusoria autorevolezza che si ritiene ricevere in maniera automatica dall’investitura magistrale.

Naturalmente, e fortunatamente, non tutti i futuri istruttori sono ansiosi di diventare “un qualcuno”, un subacqueo a cui non si insegna niente, che non ha niente da dimostrare bensì da insegnare.

Istruttori con la consapevolezza del loro ruolo ve ne sono, veri educatori che insegnano e che se necessario non rilasciano l’agognato brevetto al proprio allievo se non meritocraticamente conseguito, ma si è davanti a poche unità, talvolta veri e propri cantori nel deserto facenti parte di una specie a rischio di estinzione.

 Una legge, non di fisica.

L’impietosa legge della domanda e dell’offerta ha generato vari tipi d’istruttore, ma non è sul numero degli istruttori o sul marketing che desideriamo soffermarci, su queste materie vi sono ben altre autorità deputate a legiferare, e gli effetti si vedono, anche senza riflettori.


Chi legge non si lasci ingannare da questo inizio che può apparire, lo ammettiamo, un pò caustico. T
alvolta è necessario andare “oltre le righe” e scrivere ciò che è conosciuto ma di cui non è avvertita la necessità di parlarne.

Il lettore non si attenda la rivelazione di chissà quali verità nascoste perché al termine di questo report avrà letto ciò che già sapeva, con la sola differenza di non averlo mai trovato scritto prima.
Precisato questo entriamo in argomento.

Caratteristiche  dell’Istruttore  Subacqueo

Riflettendo sulle caratteristiche che si richiedono a un istruttore sub, è intuitivo focalizzare due tipi di abilità: quella nelle tecniche di immersione e quella nelle tecniche di comunicazione didattica (leggasi farsi comprendere dagli studenti in modo chiaro).

Tuttavia questo tipo di riflessioni sono empiriche, fortemente superficiali, perché un istruttore subacqueo non può non essere un bravo subacqueo e non può non saper condurre una o più lezioni di teoria. Il fatto di accettare tali qualità come un bagaglio operativo sufficiente per esercitare l’attività di istruttore subacqueo, ha coltivato e diffuso la convinzione che non è necessario disporre di ulteriori abilità istruzionali.

Alle abilità subacquee e didattiche debbono aggiungersi qualità performanti nelle Tecniche di Comunicazione, nelle conoscenze che travalicano il proprio grado di brevetto e la consapevolezza che le attività in veste di Istruttore necessitano di una costante elevata e indiscussa professionalità che non è sinonimo di professionismo.

Professionalità  e  Professionismo:  le  differenze

La professionalità è un parametro, un’unità di misura per stabilire il livello di qualità raggiunto durante le proprie attività, mentre il professionismo è collegato essenzialmente al profitto, per cui si può essere professionisti con un basso livello di qualità, e si può raggiungere un alto livello di professionalità senza essere professionisti.

Queste distinzioni sono importanti in quanto l’obiettivo primario di ogni Didattica dovrebbe essere la formazione di Istruttori con alta qualità professionale.

Tecniche  di  Sviluppo  della  Qualità  Professionale
Le tecniche per sviluppare e cementare un’elevata qualità professionale si basano su numerosi “dettagli” erroneamente considerati marginali o facenti parti di optional che l’istruttore può applicare a sua discrezione, ma non è così.
In base a queste considerazioni è possibile individuare dieci “dettagli marginali” che rappresentano dieci motivi per distinguersi dall’istruttore qualunque.
Tali dettagli sono:

1°) Aumentare costantemente le proprie conoscenze anche nei temi di scarso entusiasmo personale quali possono essere argomenti di fisiologia, fisica, chimica, nautica, psicologia, tecniche di comunicazione ed altro, perché un istruttore deve essere in grado di rispondere alle domande degli allievi più curiosi.
Un istruttore che mostra più volte evidenti lacune di conoscenze perde carisma e considerazione.

2°) Partecipare a lezioni di altri istruttori osservando il livello di recezione degli studenti.
Osservare altri istruttori mentre insegnano si possono rilevare accorgimenti e metodi maggiormente efficaci dei propri e quindi assorbirli.

3°) Provare privatamente le lezioni, i briefing e i debriefing in modo che l’oratoria dell’istruttore sarà più fluida e il palinsesto di ciò che dovrà essere detto e insegnato avrà una scorrevolezza che denota la perfetta conoscenza della lezione da parte dell’istruttore.

4°) Videoregistrare e analizzare le proprie lezioni.
Questo è un metodo efficacissimo per avere cocenti delusioni.
Molto spesso infatti l’istruttore ritiene di essere stato bravo, rivedendosi poi nota difetti di dizione, espressioni disarticolate, attrezzature mal configurate o peggio ancora, abilità subacquee non perfette.

5°) Arricchire i propri ausili didattici.
È uno dei punti deboli di tanti istruttori.
Molti di essi pensano, sbagliando, che un videoproiettore e qualche oggetto siano più che sufficienti per condurre un’efficace lezione.
L’istruttore deve sviluppare una creatività che lo porta ad un continuo rinnovamento degli ausili didattici collaterali a quelli standard messi a disposizione dalla propria didattica di appartenenza.Tutto ciò si riconduce al punto 2 dove partecipando a corsi diretti da altri colleghi si possono ricevere inputs di grande valore per quel che concerne l’impiego di ausili didattici.

6°) Organizzare “Seminari” di aggiornamento e/o incontri culturali.
L’organizzazione di Seminari, Meeting e simili è impegnativa sotto ogni aspetto tuttavia essa costituisce un metodo eccellente per aumentare le proprie conoscenze e dei propri studenti. L’organizzazione di questi seminari può essere eseguita invitando relatori esterni ma è opportuno che sia lo stesso istruttore a documentarsi su di un determinato argomento sul quale poi relazionare, per fare questo è richiesto tempo, studio, raccolta delle info ma l’istruttore sarà ripagato con un forte innalzamento della propria qualità professionale.

7°) Evitare di formulare critiche negative verso altre Didattiche, Scuole e/o Istruttori.
Criticare gli “altri” per innalzare se stessi è una delle forme più sciocche di autolesionismo.Per convincere un allievo che la ragione è dalla parte propria non è di alcun aiuto denigrare gli assenti.
Oltreché scorretto, tale metodo fa parte di una mentalità priva di ogni maturità intellettuale e destinato a fallire.

8°) Curare il proprio aspetto e il proprio linguaggio.
L’istruttore non deve certo insegnare con lo smoking ma la cura del proprio aspetto è una specie di cartina tornasole che indica la precisione dell’istruttore.
Il linguaggio deve essere coerente con la tipologia media della classe o del singolo allievo. Al giorno d’oggi si assiste alla diffusione di parole e termini che solo pochi anni prima erano assenti nelle conversazioni ben educate.
A volte, la cosidetta “parolaccia” può non esserlo mentre in altre circostanze può essere molto sconveniente per cui l’istruttore deve valutare quando, come e con chi usare qualche termine spinto. Sicuramente si tratta di un rischio che deve essere attentamente valutato.

9°) Gratificare i propri assistenti, correggerli se necessario, privatamente.Gli assistenti sono fondamentali per la sicurezza e la buona riuscita di un corso o di un’immersione non didattica.
La loro opera di assistenza deve essere gratificata con meritati elogi diffusi facendoli giungere “causalmente” ai sub che ne hanno beneficiato, diversamente, in caso di errori o di negligenze, i dovuti rimproveri debbono essere espressi privatamente in forma educata ma inequivocabile, fraterna ma indiscutibile.

10°) Ammettere l’errore quando palesemente evidente rinunciando al penoso tentativo di giustificarsi ad ogni costo.
L’istruttore, essendo un essere umano può sbagliare.
Negare un errore evidente appare agli occhi dei presenti una penosa forma di difesa del proprio prestigio di mentore.
Ammetterlo analizzandolo con senso di autocritica, dimostra un senso di leale maturità e la figura dell’istruttore può uscirne rafforzata.

Elevarsi, professionalmente

Per ogni istruttore subacqueo esiste un metodo insuperabile per raggiungere una elevata qualità professionale.
Si tratta di un metodo che deve essere applicato da ogni istruttore e che pertanto non deve costituire una “virtù” personale.

Ciò di cui stiamo trattando è il semplice esempio.
Insegnare con l’esempio, significa applicare ciò che si è insegnato e facendo applicare ciò che si è insegnato.
L’addestramento ottimale dei propri studenti non si limita all’applicazione di un metodo didattico pur valido che sia.
Qualsiasi corso è pur sempre una fase accademica, spesso associata al concetto che trattasi di teoria, mentre la pratica è ben altra cosa.

L’Istruttore, una volta diventato tale, tende a dimenticare quando, una volta studente, era vigile verso quello che faceva l’istruttore, pronto a rilevarne le qualità ma anche gli errori o le incoerenze.
In un certo senso l’Istruttore, in quanto tale per cui bravo, si concede inopinatamente l’autorità di tenere comportamenti (in immersione e fuori) in contrasto con le regole che lui stesso ha insegnato in aula, pensando che tale immunità didattica lo ponga al riparo di critiche e problemi.

Se il candidato istruttore riflette su quanto appena letto, non può non condividere il valore insito nella plusvalenza dell’Esempio.
Come si può pretendere da un allievo che agisca in un dato modo quando è l’istruttore il primo a violare le regole?

Quale migliore rafforzamento di un addestramento è osservare l’applicazione totale degli insegnamenti da parte dell’istruttore e del suo staff?
Quale peggiore insegnamento può esistere dell’osservare l’istruttore che infrange regole e standard?Quali apprendimenti e a quali conclusioni giungono i divers mentre osservano il proprio istruttore violare gli Standard?

Considerazioni logiche degli studenti mentre osservano l’istruttore violare gli Standard.

1°) “ Se lo fa lui vuol dire che lo si può fare “.
2°) “ I Corsi sono una cosa, la realtà è un’altra “.
3°) “ Fuori dai corsi ognuno è libero di fare quello che vuole “.
4°) “ Io sono capacissimo di fare altrettanto “.
5°) “ Anche io diventerò un sub importante “. 

I cinque pensieri appena descritti sono soltanto un piccolo campionario delle riflessioni alle quali pervengono in modo automatico la maggior parte degli studenti, ma ad essi deve essere aggiunto un altro pensiero e cioè quello della minoranza degli studenti ma non per questo meno importante: “ La prossima volta che dice che ho sbagliato, gli ricordo quello che ha fatto lui oggi”.

E’ quindi l’Esempio il migliore, insuperabile, convincente strumento didattico di cui può disporre un Istruttore.

Gli “effetti boomerang” 

Le plusvalenze negative non si esauriscono con il cattivo esempio.
Vi sono anche quelle conosciute con il termine di effetti boomerang e cioè azioni eseguite dall’Istruttore che pur avendo un’intenzione benevola verso lo studente, si ripercuotono contro lo stesso Istruttore.Gli effetti boomerang più comuni sono:

1°) Agevolare lo studente amputando gli Standard
Amputare gli Standard significa non insegnare parti del programma didattico originale come ad esempio il non far eseguire l’esatto numero delle immersioni, ridurre gli esami di teoria, eliminare esercizi durante le sessioni in acque confinate e/o libere, eliminare argomenti dalle sessioni in aula.

Questo genere di violazioni sono spesso dettate anche da alcune esigenze dell’allievo.

Emblematiche le situazioni che si verificano durante le proprie vacanze dove il tempo di permanenza è naturalmente limitato e dove le condizioni ambientali possono talvolta impedire le immersioni, per cui l’istruttore può trovarsi dinanzi al problema di non avere il tempo sufficiente per completare il corso.
Stessa osservazione deve essere rivolta anche nelle scuole tradizionali operanti nell’entroterra nelle quali può, e accade, presentarsi qualche candidato-subacqueo che, essendo in procinto di partire verso qualche lido tropicale, desidera giungere sul luogo delle vacanze già provvisto di brevetto subacqueo.

Di conseguenza il tempo insufficiente a svolgere un normale addestramento e la possibilità di perdere lo studente, può suggerire all’istruttore di “agevolare” lo studente con un corso “su misura” solitamente incompleto e per alcuni aspetti, potenzialmente pericoloso. 

2°) Voler far divertire lo studente con immersioni “speciali”
Alcuni istruttori ritengono che condurre alcuni studenti in immersione oltre i limiti di brevetto possa costituire un episodio positivo qualora l’immersione valga la pena.
Il fatto è che se l’immersione va bene e non accade niente, lo studente può trarre la convinzione che i limiti di brevetto sono esclusivamente una giustificazione alla produzione di nuovi corsi onde recare profitto agli istruttori e alle didattiche.

Diversamente, se l’immersione va male, a prescindere dalle conseguenze fisiche e legali, la figura dell’istruttore ne esce distrutta perché non ha alcuna giustificazione o attenuante.
A queste considerazioni fortemente significative, debbono essere aggiunte altre due riflessioni che il futuro istruttore non può e non deve dimenticare; esse sono:

a.) Coltivare l’immagine di un istruttore fuori dalle regole reca gravi danni a se stessi e alla Didattica di appartenenza.

b.) Quello che oggi lo studente gradisce ricevere sottoforma di agevolazioni didattiche, domani è eccellente “materiale” per denigrare l’istruttore qualora quest’ultimo, per qualsiasi motivo, non goda più della simpatia dell’ex-studente.

Opinion-Leader

L’Istruttore Subacqueo deve capacitarsi che esso è a tutti gli effetti un Opinion-Leader in quanto le sue opinioni fanno tendenza, essendo le stesse una specie di dottrina in quanto provengono da un Maestro e come i figli tendono ad emulare i genitori perché li ritengono infallibili, nello stesso identico modo gli studenti tendono ad imitare il proprio istruttore.

Volendo riassumere quest’ultimo concetto si può affermare che i Genitori sono Educatori, gli Istruttori …altrettanto.In questa analisi è volutamente assente la parte meno prestigiosa dell’istruttore subacqueo.

Il riferimento è a quel tipo di mentore impermeabile alla credibilità professionale concedendo con disinvolto candore brevetti subacquei senza troppo pretendere se non il saldo della quota d’iscrizione al corso, in anticipo.

La “griffa” di appartenenza

Ottenere un brevetto da istruttore subacqueo la cui Didattica è nota e diffusa nel mondo, è simile ad un’infusione di potenza e di importanza per il neo-magister.

L’autorità o meglio, la licenza ricevuta per rilasciare brevetti ai futuri divers proveniente da una grande Organizzazione Didattica è senza alcun dubbio un valore aggiunto.

Crediamo però, alla luce dei giorni in cui viviamo, che la “griffe” ha un suo valore e lo testimoniano le noiose e ripetitive discussioni sul riconoscimento dei brevetti quando poi, ad un attenta analisi del tema si scopre che vi sono vuoti legislativi, che ogni brevetto è uguale all’altro (come valenza giuridica) ma non è questo l’obiettivo al quale desideriamo giungere.

I sub che vanno sott’acqua sanno bene che il mare e gli oceani non “riconoscono” alcun brevetto e chi contravviene alle loro regole, paga, seduta stante per cui più che la “griffe” della didattica, è più razionale “riconoscere” l’istruttore che ha firmato il brevetto al nuovo diver.

Recreational Diving e Decompressione – di Andrea Neri

La  Decompressione 
Riflessioni di avvicinamento alla decompressione per il sub inesperto
( di Andrea Neri )

 

Negli ultimi anni nessun settore delle attività subacquee ha prodotto effetti rilevanti sull’industria, l’editoria e la didattica, come la technical-diving.

La comparsa e lo sviluppo di nuove attrezzature, nuove pubblicazioni e nuove metodologie d’immersione lo confermano.

Questi effetti sono stati talmente evidenti che hanno messo in ombra un altro effetto di uguale importanza ma di minore visibilità sul quale è necessario soffermarsi.

Con la sua crescente diffusione la technical-diving ha rivelati sistemi per la maggior parte sconosciuti alla massa, per fare immersioni a miscele e con decompressione.

Il risultato non è stato solo di natura strettamente tecnica ma anche filosofica, perché una delle immediate conseguenze è stata la messa in discussione dei modi di eseguire e di insegnare subacquea prevalentemente orientati nel sostenere che le immersioni oltre i limiti di non decompressione comportano un rischio inaccettabilmente alto, pertanto da non eseguire né da insegnare.

Ancora oggi, nemmeno la constatazione che quasi tutte le didattiche nazionali ed internazionali abbiano programmi di formazione per la decompression-diving, pare riuscire a moderarne l’atteggiamento critico.

In Principio

In Principio l’immersione ricreativa per eccellenza era definita quella condotta entro i limiti di non decompressione, si trattava di una definizione talmente promossa da varie organizzazioni didattiche estere, da evolversi in vera e propria filosofia.

Come noto questa filosofia ha avuto un così largo successo che ha alimentato l’opinione per certi aspetti quasi dogmatica, che l’immersione oltre i limiti di non decompressione era da evitare assolutamente ed ha prosperato per molti anni fino a quando sono stati varati programmi didattici studiati per immersioni con decompressione, che non solo hanno “legittimato” un modo diffuso d’immergersi, ma hanno portato forti novità nel settore delle attrezzature, nelle tecniche d’immersione e naturalmente nuove e divergenti correnti di pensiero tra le quali, quella principale, che ciò che fino ad allora era “vietato” adesso non lo era più.

Questo cambiamento ha fatto emergere il problema di quando e come iniziare a fare immersioni con decompressione e se era didatticamente corretto insegnarle, ed è questo il punto focale di discussione.

Il punto focale

In un sub principiante o con poca esperienza, le abilità e le conoscenze sono naturalmente ridotte, per questo è doveroso non stimolarlo verso immersioni con un grado di difficoltà, e di rischio, superiore rispetto a quello presente nella No decompression-diving; questo è scolpito in ogni manuale e in ogni istruttore di buon senso.

Tuttavia un efficace metodo didattico, dovrebbe descrivere i vantaggi e gli svantaggi esistenti tra l’immersione con e senza decompressione con equidistanza, senza cedere alla tentazione di imporre il proprio punto di vista.

Ogni diver e ogni instructor che desidera evolversi giunge a un punto della propria formazione subacquea dove si smarrisce.
Questo avviene perché più si addentra nelle numerose tematiche dell’immersioni subacquee, più gli si pongono davanti interrogativi sempre più complessi, le certezze iniziano a vacillare assieme alla propria autostima e l’unica certezza che resta è una domanda sempre più ricorrente: come fare per saperne di più?

A questo punto è fin troppo semplice ricordare una frase di un celebre sub il quale soleva affermare che “il sub è in gamba quando sa di non esserlo”.
Sì lo sappiamo, è una frase storica, la sua citazione è una debolezza affettiva dello scrivente, ma non è una colpa se il duro significato di quelle parole sono di straordinaria attualità ma, torniamo ai punti di vista.

Non tutti avvertono la necessità di migliorarsi, i motivi di tali convinzioni possono essere molteplici, ed avvertiamo fatica nel cercarne qualcuno che susciti condivisione, per cui concediamo le cosiddette “attenuanti generiche” al ricreativo per eccellenza, a coloro che si sono avvicinati alla subacquea per curiosità, per provare un’emozione diversa, convinti dagli amici, dalle coloratissime immagini di qualche documentario, ma non possono certamente essere concesse agli istruttori o almeno, non a tutti.

L’apparente asprezza di questo scenario si nota in una fascia particolare di istruttori che non esitano nel trattare temi che non conoscono quanto dovrebbero o che non conoscono per niente, come ad esempio le immersioni a miscele, dal “ricreativissimo” nitrox al “tecnicissimo” trimix.

Gli studenti di oggi

Nei giorni nostri le sorgenti dalle quali attingere informazioni sono tante, con Internet in pochi secondi si può leggere, osservare, chattare con sub, ricercatori, fisiologi in ogni parte del globo raccogliendo info di qualsiasi tipo (e di qualsiasi qualità) sufficienti per l’approfondimento delle proprie conoscenze o a stimolare nuove domande all’istruttore di turno, con quel che ne consegue.

Gli studenti di oggi sono cambiati, sono curiosi, pongono domande nello stesso modo con il quale il bimbo tempesta di “perché” il proprio papà, ma diversamente dall’infante, se le risposte non convincono lo studente subacqueo, se non sono esatte, il mentore è abbandonato, a volte con qualche colorito gesto mimico.

Ironia? Solo un poco, preferiamo definirla una scannerizzazione ad alta risoluzione di quello che avviene oggi oppure, per usare un termine professionale, una cronaca asettica.

Nei corsi sub gli istruttori più motivati dal loro compito istruzionale, s’impegnano a far comprendere ai propri studenti quali saranno i loro limiti, a non superarli, a non rischiare scioccamente ma, e i limiti degli istruttori quali sono?

Come fanno gli istruttori a conoscere i propri limiti d’insegnanti, di educatori?
Non conosciamo la risposta, tuttavia la possiamo ipotizzare: quando l’istruttore risponde con un “Non lo so.”
Certo, un istruttore non può essere un “tuttologo” e non deve nemmeno cercare di esserlo autolimitandosi a insegnare quello che conosce bene.

Un eccellente maestro delle scuole primarie può essere un pessimo docente universitario, o viceversa, ma quello che determina il successo di un corso è la consapevolezza dei limiti e delle competenze dell’istruttore.

Lo scopo di queste precisazioni è quello di formulare un ipotetico richiamo agli istruttori ricreativi che si sentono mortificati dalla supponenza degli istruttori tecnici, e agli istruttori tecnici che si sentono superiori senza considerare che quando insegnano, insegnano ad allievi sui quali prima di loro, hanno lavorato pazientemente dei Recreational Instructors.

Tre vie d’uscita

Uno studente, in quanto tale, ha il diritto di porre domande all’istruttore; se conoscesse in anticipo tutte le risposte non si sarebbe iscritto al corso.
L’istruttore deve dare risposte, è ovvio, risposte pertinenti al programma didattico in svolgimento, in qualche caso approfondendo la questione.

I casi in cui la domanda pone in difficoltà l’istruttore sono possibili, ma l’istruttore deve minimizzare questo pericolo e lo può fare solo studiando, immergendosi e ancora studiando anche ciò che non piace, perché sarà proprio su ciò che non piace che pioveranno domande mettendo l’istruttore in situazioni imbarazzanti.

In quelle situazioni l’istruttore ha tre vie d’uscita: la prima è la tecnica assai logorata di rispondere dicendo che “la domanda è intelligente ma esula dal nostro programma, ne riparleremo alla prossima lezione” così facendo s’impegna a rispondere guadagnando tempo per andare a casa a cercare sui sacri testi la risposta giusta per quello studente così seccante.

La seconda via consiste nel dire “Non lo so” ed è una risposta terribile da dare per un insegnante, anche se in rare circostanze può essere una forma di onestà professionale, ma dato che “Non lo so” è una risposta che non piace quasi a nessun istruttore perché “Perbacco! Non esistono domande alle quali io non so rispondere.” ecco che sono date risposte nelle quali si evidenzia l’ignoranza.

Mettersi in discussione

In qualsiasi settore della propria vita, e quindi non soltanto in quello subacqueo, la piattaforma dalla quale inizia il proprio miglioramento, è l’accettazione e la consapevole necessità del mettersi in discussione.

Sì, tutti noi e voi sappiamo bene che “mettersi in discussione” è faticoso, genera un conflitto con il proprio ego e poi, notevole aggravante, questo concetto non ha mai termine.

Ma quanti di voi esperti che leggete, avete cambiato modo d’immergersi, sostituite parti dell’attrezzatura, abbandonati quei metodi che solo fino a pochi mesi prima ne parlavate con enfasi, convinti della loro assoluta perfezione?

“sono un curioso”

Alcuni anni fa ricevetti il fortunato incarico da Mondo Sommerso d’intervistare il mai troppo compianto professor Cesare Barnini, che tra le alte cariche professionali in medicina iperbarica, ricopriva anche quella di Presidente FIAS.

Durante l’intervista che il professore condusse con il suo inavvicinabile stile di cordialità e di competenza, il discorso cadde ovviamente sulla decompressione e ad un certo punto, tra divagazioni sugli emitempi, diffusione, solubilità ed altro, disse “ …lei avrà capito che sono un curioso e i curiosi non possono accettare una formula anche se funzionante, se prima non è dato sapere come si è giunti a quella formula”.

Ecco, noi vorremmo che i sub fossero un po’ più curiosi in modo da non accettare passivamente un aggiornamento o un divieto solo perché qualcun altro ha deciso per loro, ma di formulare dei “perché?”

La gente comune e la coerenza

La decompressione è un argomento che il sub principiante vorrà affrontare prima o poi.
Supponendo che il sub neofita segua un iter didattico frequentando corsi, egli porrà domande al proprio istruttore pretendendo risposte convincenti.

Rispondendo in modo esauriente a domande circa l’immersione con deco-stop non significa spingere i sub verso la decompressione, significa spiegargli in cosa consiste, nei suoi vantaggi e nei suoi svantaggi.

Volendo essere provocatoriamente curiosi, sarebbe interessante porre la domanda che segue agli istruttori contrari alle immersioni con decompressione: “Quando la gente comune, quella della strada, quella che non sa niente di subacquea, quella che avvicinate proponendo di “provare la grande emozione di respirare sott’acqua scoprendo il fantastico mondo subacqueo” ebbene quando la gente comune risponde con un No grazie, l’immersione subacquea è pericolosa cosa replicate?

Il Ruolo dell’Istruttore nelle Immersioni con Decompressione

Tanto per porre alcuni puntini sulle “i” un istruttore anche scarsamente preparato sa bene che immersioni senza decompressione non esistono.
Sorvolando sulla velocità di risalita (anch’essa decompressione a tutti gli effetti) sulla quale ci sarebbe da discutere visto che in alcuni corsi è previsto ancora l’insegnamento di tabelle d’immersione con la velocità di risalita a 18 metri il minuto, è sufficiente pensare ai cosiddetti Stop di Sicurezza o Safety Stop, e ai Deep Stop che altro non sono tappe di decompressione battezzate in altro modo, per convincersi che, appunto, non esistono immersioni senza decompressione.

Tutti i subacquei sono concordi nell’affermare che le immersioni oltre i limiti di non decompressione sono più rischiose di quelle con deco-stop, non occorre certo un luminare per giungere a tale conclusione.

Un luminare non occorre nemmeno per affermare che non fare immersioni è ancora più sicuro.
Il rischio è inversamente proporzionale al proprio grado d’addestramento, esperienza, allenamento, conoscenze, stato psico/fisico, abilità nella pianificazione e attrezzatura impiegata.

A nostro avviso il rischio è notevolmente maggiore quando sono condotti corsi “turistici”, quando si nasconde la verità agli studenti, quando sono illusi d’essere bravi, quando sub con scarsa esperienza sono affidati a guide altrettanto inesperte.

Un bluff inutile

Non esistono sub che raggiunto il limite di profondità della recreational diving (solitamente fissata a 40 metri) restano per tutta la vita entro i limiti di non decompressione, si tratterebbe di un bluff privo di qualsiasi efficacia.

D’accordo, probabilmente le prime immersioni a 40 metri sono entro i NDL, ma alla 20a o alla 30a immersione le cose cambiano un pò, i limiti NDL sono oltrepassati, forse di poco ma oltrepassati ed ecco apparire sul display del computer numeretti che mal si comprendono, l’aria che finisce troppo presto, e altri “dettagli” che l’istruttore anti-deco non ha mai voluto o saputo insegnare.

Eppure, la realtà è che anche le stesse didattiche, tutte, nessuna esclusa, hanno Corsi con decompressione: perché? Ricordiamoci che siamo curiosi.

La realtà è che esistono conoscenze e nuovi programmi di formazione ben superiori a quelli di diversi anni fa, ma se tali programmi non si conoscono, se non sono letti i manuali, se non sono studiati e capiti i capitoli, allora è meglio tacere correndo il rischio di apparire disinformati che parlare e togliere ogni dubbio.

Technical vs Recreational

Il mondo subacqueo è uguale per tutti, le sue leggi sono universali, senza distinzioni.
Le classificazioni Tech e Rec sembrano create per distinguere i sub bravi da quelli meno bravi alimentando equivoci e reciproche acredini.

Occorre considerare che per immergersi sono necessarie tecniche per cui tutti i subacquei sono tecnici ma a parte le disquisizioni sui significati dei termini, è nostra opinione che le “distanze” tra la Technical e la Recreational diving dovrebbero essere ridotte e portate nella loro logica dimensione e perché no, anche di reciproca stima.

Oltre a questo qualsiasi technical diver ha dovuto percorrere il percorso ricreativo, portando con se quanto ha appreso di giusto o sbagliato durante quella formazione.

L’Educazione Subacquea

L’educazione subacquea di uno studente non si costruisce tenendogli nascosto ciò che al giorno d’oggi è facile iniziare a conoscere, a indagare, come ad esempio navigando su Internet.

Ad un allievo non basta più sentirsi dire “questo è sbagliato e non va fatto” occorre dirgli perché, e dirlo bene, esaustivamente con argomentazioni moderne, ricorrendo alla fisica, alla fisiologia, alle attrezzature, alla consapevolezza della necessità di un graduale addestramento e di esperienza nel settore ma per fare questo non occorre soltanto aprire qualche manuale o partecipare a qualche conferenza; occorre anche andare sott’acqua.

Questo articolo non vuole essere una difesa alle immersioni con decompressione perché non c’è n’è bisogno, perché chi le vuol fare le farà con o senza la santa benedizione del proprio istruttore, punto.
Oltre a questo le immersioni con decompressione non sono tutte uguali, nel senso che i tempi di sosta possono essere pochi minuti oppure molti, come sempre tra il bianco e il nero ci sono le sfumature di grigio.

E allora? Allora l’Istruttore ha il dovere di essere aggiornato, di analizzare le potenzialità dell’allievo ed eventualmente tracciarne il percorso didattico che può essere breve, lungo o improponibile.

L’istruttore deve essere in grado di dare le info corrette, senza nascondere o enfatizzare il rischio, esporre con chiarezza la necessità di una formazione graduale, accurata, meritocratica, responsabilmente sicura.
In conformità a queste riflessioni come si potrebbe aprire una discussione sul triox, miscela respiratoria meravigliosa per i fatidici 40 metri di profondità con tali educatori subacquei? Sarebbe tempo perso.
La stessa sonorità della parola, quel sospettoso “ox” finale, farebbe attivare obiezioni in modo immediato e automatico.

La tentazione di usare un’altra frase ad effetto e forte come ad esempio quella che recita “nel tempo della disinformazione, dire la verità è un atto rivoluzionario” ma forse sarebbe troppo provocatoria per cui la riponiamo nel cassetto in attesa di usarla in tempi più favorevoli, che sicuramente non mancheranno.

L’attrezzatura subacquea per la decompressione

Può suscitare perplessità, ma uno dei più comuni problemi durante l’immersioni con decompressione è l’esaurimento della scorta dell’aria.
Appassionati che s’immergono con il classico monobombola quale unica fonte di aria respirabile, sono una moltitudine.
E’ difficile condividere tale approccio.

Problemi relativi ai consumi legati ad imprevisti in immersione (fatica nel nuoto, assetto difettoso, scarsa visibilità, freddo, autoerogazione, risalita dal blu, prolungamento dei tempi pianificati, aumento della profondità pianificata) rappresentano la piattaforma sulla quale si possono formare incidenti lievi o gravi.

Nelle immersioni con decompressione deve essere sempre considerata l’ipotesi di un eccessivo consumo o di un problema alla scorta di aria principale per cui diventa necessaria una fonte di aria totalmente autonoma: un monobombola non potrà mai essere la soluzione migliore.

Durante l’immersioni dalla barca, alcuni sub credono di sopperire al problema sopra esposto appendendo sotto allo scafo, una bombola dotata con erogatori e manometro.
Questo sistema può essere utile, se i sub sono capaci di tornare alla barca, ma se perdono l’orientamento? Se sono trascinati lontani da un’improvvisa corrente?
Se la visibilità è scarsa da non permettere loro di vedere la cima per la risalita?
Se avviene una separazione dal compagno per cui non si può più contare sulla sua scorta di aria?

Se questi scenari non sono previsti ecco che l’immersione con decompressione diventa davvero inaccettabile, ma se l’attenzione si sofferma su di essi, si può notare che essi sono tipici della non esperienza, di un addestramento insufficiente o assente, della negligenza, della presunzione.

Nelle immersioni con decompressione è importante, ai fini della sicurezza, avere con se una fonte di aria alternativa autonoma, e la migliore soluzione è rappresentata da una piccola bombola supplementare, meglio conosciuta come pony-tank, con la caratteristica di poter essere rimossa e/o donata in qualsiasi momento dell’immersione senza che l’equilibrio idrostatico ne risenta.

Il pony-tank deve essere rigorosamente in alluminio con una capacità minima di almeno 5 litri.
La configurazione dell’attrezzatura richiede molto spazio e inoltre richiede una formazione pratica, tuttavia una citazione particolare è riservata all’equilibratore o jacket.
Molti sub pensano erroneamente che i jacket con la cella d’aria posteriore siano utili solo per le immersioni tecniche.
I jacket back-mounted sono perfettamente idonei per la recreational-diving ma affinché essi si diffondano in tale settore occorre vi sia chi lo insegna, e per insegnare occorre aver fatto pratica.